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<rss xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" version="2.0"><channel><title>Patria e Libertà - Vite di donne e uomini antifascisti</title><description>Un inventario di storie intrecciato a documenti, diari, lettere e materiali di repertorio. Un archivio sonoro delle biografie di uomini e donne che fin dal principio del ventennio hanno alimentato, articolato, teorizzato e praticato l'antifascismo: operaie e operai, docenti universitari, artigiani, maestre e maestri, musicisti, poeti, intellettuali, contadine e contadini. "Patria e Libertà - Vite di donne e uomini antifascisti" è un programma di Federica Barozzi, Laura Zanacchi e Marcello Anselmo. La sigla iniziale è eseguita da Tony Coe; la sigla finale è eseguita da Roberta Bartoletti.</description><pubDate>Tue, 01 Apr 2025 12:26:50 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/programmi/patriaeliberta-vitedidonneeuominiantifascisti</link><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2025/09/01/1756723493418_Patria%20e%20liberta-2048x2048.jpg</url></image><itunes:author>RaiPlaySound</itunes:author><language>it-it</language><itunes:owner><itunes:email>timedum@gmail.com</itunes:email></itunes:owner><itunes:category text="Biografico"/><itunes:category text="Educational"/><itunes:category text="Educazione civica"/><itunes:category text="Guerra"/><itunes:category text="Messa in onda Radio"/><itunes:category text="Serieaudio"/><itunes:category text="Storia contemporanea"/><itunes:category text="Storico"/><itunes:category text="Storie vere"/><item><title>Sandro Pertini (Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-b2a83f01-7599-4919-81bf-c1b27525ca6d</guid><pubDate>Sat, 29 Jun 2024 13:47:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2024/06/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-29062024-b2a83f01-7599-4919-81bf-c1b27525ca6d.html</link><description>Arrestato per la prima volta nel 1925, schedato come pericoloso sovversivo, negli anni del Regime fascista è perseguitato, arrestato e confinato nell'isola di  Ventotene. Tornato libero il 25 luglio 1943, entra a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalle SS e condannato a morte, evade nel 1944 e dirige la lotta partigiana a Milano. L'8 luglio 1978 viene eletto Presidente della Repubblica. Repertori: Archivio storico del Quirinale e Archivio Fondazione Nenni. Con Michela Ponzani</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=QdZ9vCVGssSlash1ENrlYTUJjaeQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Sandro Pertini (Stella, 25 settembre 1896 – Roma, 24 febbraio 1990)</itunes:title><itunes:summary>Arrestato per la prima volta nel 1925, schedato come pericoloso sovversivo, negli anni del Regime fascista è perseguitato, arrestato e confinato nell'isola di  Ventotene. Tornato libero il 25 luglio 1943, entra a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalle SS e condannato a morte, evade nel 1944 e dirige la lotta partigiana a Milano. 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Nel 1929 fu sospesa dall'attività di insegnamento per "incompatibilità con le generali direttive politiche del governo", poiché aveva ESPRESSO la sua solidarietà, al filosofo Benedetto Croce, che aveva criticato in Senato, con un discorso fermo e pacato, la firma dei Patti Lateranensi. Amica di Piero Gobetti, fu un'antifascista attiva, militante nel gruppo Giustizia e Libertà. Tra le tante azioni cospirative partecipò al tentativo fallito di far evadere dal carcere l'intellettuale Ernesto Rossi. La sua villa collinare di Pecetto è stata il punto di riferimento abituale delle riunioni clandestine degli antifascisti torinesi. Nel corso del processo a Leone Ginzburg, tenuto a Torino nel 1934, venne arrestata dall'OVRA per collaborazionismo. Repertorio: estratti da Barbara Allason, Memorie di un'Antifascista1919-1940, Edizioni Avanti, 1961. Con Marcello Flores</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=uw84gFvs86ixuuy16bJJ8AeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Barbara Allason (Pecetto Torinese, 12 ottobre 1877 – Torino, 20 agosto 1968)</itunes:title><itunes:summary>Dopo essere stata per molti anni docente di ruolo di letteratura tedesca nelle scuole medie superiori, nel 1928 ottenne la libera docenza in letteratura tedesca presso l'Università degli Studi di Torino. Nel 1929 fu sospesa dall'attività di insegnamento per "incompatibilità con le generali direttive politiche del governo", poiché aveva ESPRESSO la sua solidarietà, al filosofo Benedetto Croce, che aveva criticato in Senato, con un discorso fermo e pacato, la firma dei Patti Lateranensi. Amica di Piero Gobetti, fu un'antifascista attiva, militante nel gruppo Giustizia e Libertà. 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E' sua la tesi della pianurizzazione della lotta armata, immaginata per sconfiggere i nazifascisti attraverso una guerriglia combattuta non solo sulle colline e sulle montagne.  Nominato comandante della rinomata 28° Brigata Garibaldi "Mario Gordini" fu tra i protagonisti della liberazione dell'intera Romagna e fu il primo partigiano attivo in territorio liberato a ricevere dagli Alleati la Medaglia d'oro al valor militare, il 4 febbraio 1945. Partecipò all'Assemblea Costituente, fu dirigente regionale e nazionale del PCI ed eletto sia alla Camera sia al Senato per varie legislature. Repertori: Intervista ad Arrigo Boldrini di Ansano Giannarelli AAMOD, 1995 e Cesare De Simone, Gli anni di Bulow (Mursia, 1996). Con Michela Ponzani</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=whl76dm51c5d6pPpPlussExNtIweQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Arrigo Boldrini (Ravenna, 6 settembre 1915 – Ravenna, 22 gennaio 2008)</itunes:title><itunes:summary>La scelta antifascista matura nel 1942 quando Boldrini entra in contatto con il poeta Libero Bovio. Nel 1943 si iscrive al Partito Comunista Italiano e dopo l'8 settembre è tra i principali organizzatori della Resistenza in Romagna con il nome di battaglia: Bulow. E' sua la tesi della pianurizzazione della lotta armata, immaginata per sconfiggere i nazifascisti attraverso una guerriglia combattuta non solo sulle colline e sulle montagne.  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Nell'estate del 1944, dopo l'uccisione del comandante del "Picelli", Dante Castellucci "Facio", si sposta nel Parmense, dove continuerà, con l'incarico di vice commissario politico della XII Brigata Garibaldi, la lotta partigiana fino alla Liberazione. Nel dopoguerra Laura Seghettini, che è stata nominata commendatore della Repubblica, non è mai venuta meno al suo impegno politico e non ha mai rinunciato a tentare di chiarire le circostanze della morte di "Facio", col quale ebbe una relazione sentimentale. Repertorio, Estratti da: L. Seghettini, Al vento del Nord - Una donna nella lotta di Liberazione, a cura di  Caterina Rapetti, Carrocci, Roma, 2006. Letture di Orsetta De Rossi. Con Marcello Flores</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=GL9qXjyLoRUo0AcpdPSYUQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Laura Seghettini (Pontremoli (Massa Carrara), 22 gennaio 1922 – Pontremoli, 10 luglio 2017)</itunes:title><itunes:summary>Maestra elementare, vice commissario della XII Brigata Garibaldi.Di famiglia antifascista, dopo l'8 settembre 1943 diffonde la stampa clandestina e raccoglie gli aiuti per le prime bande partigiane. Ricercata dai fascisti, Laura sale sui monti della Lunigiana e si unisce al battaglione garibaldino "Picelli", diventando così una partigiana combattente. Nell'estate del 1944, dopo l'uccisione del comandante del "Picelli", Dante Castellucci "Facio", si sposta nel Parmense, dove continuerà, con l'incarico di vice commissario politico della XII Brigata Garibaldi, la lotta partigiana fino alla Liberazione. 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Da qui Teresa compì, con il nome di Estella, numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Nel 1936 insieme con il marito furono in Spagna tra i volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile. Nel 1943 Teresa venne arrestata in Francia e deportata in Germania, prima nel campo di concentramento di Ravensbruck, poi a Holleischen in Cecoslovacchia fino alla liberazione del campo da parte dell'esercito sovietico. Tornata in Italia nel 1945, è nominata alla Consulta e nel 1946 è una delle più votate del Pci a livello nazionale e farà parte della commissione dei 75, incaricata di stendere il testo della carta costituzionale. Eletta in Parlamento, vi rimase per due legislature, durante le quali presentò la proposta di legge per la "Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri" e  la legge che prevedeva eguale salario per eguale lavoro per donne e uomini. Con Michela Ponzani.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=U7ImT7MLXexy3eN9zczUssSlashgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Teresa Noce (Torino, 29 luglio 1900 – Bologna, 22 gennaio 1980)</itunes:title><itunes:summary>Aderì sin dalla sua fondazione, nel 1921, al Partito comunista d'Italia (PCd'I). Fu lì che conobbe Luigi Longo, studente di ingegneria, destinato a diventare un dirigente politico di primo piano con cui ebbe una lunga storia d'amore. Furono prima in esilio in Unione Sovietica, poi a Parigi e in Svizzera. Da qui Teresa compì, con il nome di Estella, numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Nel 1936 insieme con il marito furono in Spagna tra i volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile. Nel 1943 Teresa venne arrestata in Francia e deportata in Germania, prima nel campo di concentramento di Ravensbruck, poi a Holleischen in Cecoslovacchia fino alla liberazione del campo da parte dell'esercito sovietico. Tornata in Italia nel 1945, è nominata alla Consulta e nel 1946 è una delle più votate del Pci a livello nazionale e farà parte della commissione dei 75, incaricata di stendere il testo della carta costituzionale. Eletta in Parlamento, vi rimase per due legislature, durante le quali presentò la proposta di legge per la "Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri" e  la legge che prevedeva eguale salario per eguale lavoro per donne e uomini. 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Con Marcello Flores  È considerato uno dei padri fondatori della Repubblica italiana.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=hrI23EBRnKyYfteunoVbYgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Vittorio Foa (Torino,18 settembre 1910 – Formia, 20 ottobre 2008)</itunes:title><itunes:summary>Politico, sindacalista, giornalista, storico e saggista. Militante antifascista fin dai primi anni '30. Dirigente ed attivista di Giustizia e Libertà, fondatore del PSIUP (Partito socialista di Unità Proletaria), anima intellettuale del PdUP (Partito di Unità Proletaria) e infine di DP (Democrazia Proletaria).  Repertorio: Archivio Rai, Lo Specchio del Cielo, Radio2, 10 Ottobre 1992.  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La loro casa di boulevard de la Corderie è il rifugio dei tanti toscani che convengono in quella città e Fosca è particolarmente attiva nel Comitato Pro Vittime Politiche e nel "Comitato Pro Figli dei Carcerati". Dopo l'espulsione di Dario si trasferisce, assieme alla figlia, a Tolone e poi a Grenoble dove lavora presso la libreria di Ettore Carrozzo. Ai primi del 1934 si trasferisce con Francesco Barbieri a Ginevra. Qui lavora come cuoca nella mensa per i rifugiati politici della locale CdL fino agli ultimi di luglio del 1936 quando, sempre assieme a Barbieri, raggiunge Barcellona in piena rivoluzione e partecipa a quegli eventi come infermiera della  FAIb. Malgrado la morte di Barbieri e dei compagni, rimane al suo posto fino alla caduta di Barcellona quando ripara nuovamente in Francia sotto il nome di Marie Therese Noblino. Nell'agosto del '41 però Fosca e la figlia, fermate a Saint-Tropez, sono identificate e inviate nel campo di Huac. Il 15 ottobre 1942 è consegnata alle autorità italiane che la confinano alle Tremiti per cinque anni. Liberata dopo l'8 settembre '43 ripara a Firenze dove viene raggiunta dalla figlia. Dopo la liberazione di Firenze partecipa alla riorganizzazione del movimento anarchico locale. Repertorio: scheda della Prefettura di Firenze il 21 maggio 1938 su Fosca Corsinovi; lettera di Fosca alla sorella del marzo del 1932; "Stornelli d'esilio" cantata da Margot. Letture di Claudio De Pasqualis e Orsetta De Rossi. Con Michela Ponzani</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=dQKBkqOU0HuAXssSlashOw59lU5geeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Fosca Corsinovi (Casellina e Torri - oggi Scandicci -, 24 settembre 1897 – Firenze, 4 gennaio 1972)</itunes:title><itunes:summary>Manifesta sin da ragazza sentimenti anarchici. Alla fine del 1923 raggiunge a Marsiglia il suo compagno Dario Castellani, assieme alla loro figlia Luce. 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Alla fine del 1943 iniziò a raggruppare elementi partigiani in una banda armata che prese il nome di Patrioti della Maiella, poi evolutasi militarmente sotto il suo comando come Brigata Maiella, formazione che avrà un ruolo di primo piano nel corso della lotta di liberazione dell'Italia. Dal febbraio 1944, come "Banda Patrioti della Maiella", fu inquadrata nella 209ª Divisione di fanteria dell'esercito, combattendo al fianco delle truppe alleate dall'Abruzzo fino al Veneto.  Nel 1947 da prefetto di Milano fu duramente contestato dal esponenti del PCI che occuparono la prefettura locale determinando le sue dimissioni. con Marcello Flores Repertori: Letture da: Nicola Troilo, Storia della brigata «Maiella» 1943-1945, Mursia 2011. Con Marcello Flores</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=F60my7peUhwF00gsjAIIkgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ettore Troilo (Torricella Peligna, 10 aprile 1898 – Roma, 5 giugno 1974)</itunes:title><itunes:summary>Avvocato, partigiano, dirigente del Partito D'Azione, prefetto e antifascista. Nel settembre 1943 partecipò alla difesa di Roma combattendo contro i nazisti. Ad occupazione avvenuta si diresse verso il suo paese natale, Torricella Peligna, ove venne catturato da militari tedeschi, riuscendo. in seguito a fuggire. Alla fine del 1943 iniziò a raggruppare elementi partigiani in una banda armata che prese il nome di Patrioti della Maiella, poi evolutasi militarmente sotto il suo comando come Brigata Maiella, formazione che avrà un ruolo di primo piano nel corso della lotta di liberazione dell'Italia. Dal febbraio 1944, come "Banda Patrioti della Maiella", fu inquadrata nella 209ª Divisione di fanteria dell'esercito, combattendo al fianco delle truppe alleate dall'Abruzzo fino al Veneto.  Nel 1947 da prefetto di Milano fu duramente contestato dal esponenti del PCI che occuparono la prefettura locale determinando le sue dimissioni. con Marcello Flores Repertori: Letture da: Nicola Troilo, Storia della brigata «Maiella» 1943-1945, Mursia 2011. Con Marcello Flores</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:49</itunes:duration></item><item><title>Camilla Ravera (Acqui Terme, 18 giugno 1889 – Roma, 14 aprile 1988)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-0d1fa232-6779-4403-bc15-cd76df31b0d7</guid><pubDate>Sat, 24 Aug 2024 13:55:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2024/08/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-24082024-0d1fa232-6779-4403-bc15-cd76df31b0d7.html</link><description>Camilla Ravera fu una militante rivoluzionaria di professione, l'unica donna tra i fondatori del Pci nel 1921, unica donna che durante il periodo della formazione del gruppo dirigente del Partito comunista assunse la statura di dirigente politico nazionale entrando nel 1923 nel Comitato centrale e nel 1926 nell'Ufficio politico. Antonio Gramsci la chiamò nel 1920 nella redazione del settimanale Ordine Nuovo affidandole l'incarico di responsabile della «Tribuna delle donne». Schedata dal Regime Fascista come pericolosa latitante, dopo anni di lotta nella clandestinità, nel 1930 viene arrestata e condannata dal Tribunale Speciale. Trascorre la prigionia in luoghi diversi sino al 1937, quando viene trasferita al confino a Ponza e poi a Ventotene. Nel 1939 prende posizione contro il Patto Molotov-Ribbentrop e viene per questo espulsa dal PCd'I. Riammessa nel Partito nel 1945, viene eletta al Consiglio comunale di Torino e poi in Parlamento. Nel 1982 Sandro Pertini, presidente della Repubblica e suo compagno di confino, la nomina senatrice a vita. Nel dopoguerra sarà per molti anni dirigente dell'Unione donne italiane e si batterà per i diritti delle donne oppresse fuori e dentro le mura domestiche.  Repertorio: ACS, CPC, sorvegliati speciali; Fondazione Gramsci, carte e memorie; Centro di documentazione Isola di Ventotene; Intervista a Camilla Ravera, documentario rai di Alfredo Muschietti, Danielle Turone Lantin, Mario Barsotti, Rosalia Polizzi, 1980. Con Michela Ponzani</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=ccaVlc16LssSlashw0OaKssSlashLqy92QeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Camilla Ravera (Acqui Terme, 18 giugno 1889 – Roma, 14 aprile 1988)</itunes:title><itunes:summary>Camilla Ravera fu una militante rivoluzionaria di professione, l'unica donna tra i fondatori del Pci nel 1921, unica donna che durante il periodo della formazione del gruppo dirigente del Partito comunista assunse la statura di dirigente politico nazionale entrando nel 1923 nel Comitato centrale e nel 1926 nell'Ufficio politico. Antonio Gramsci la chiamò nel 1920 nella redazione del settimanale Ordine Nuovo affidandole l'incarico di responsabile della «Tribuna delle donne». Schedata dal Regime Fascista come pericolosa latitante, dopo anni di lotta nella clandestinità, nel 1930 viene arrestata e condannata dal Tribunale Speciale. Trascorre la prigionia in luoghi diversi sino al 1937, quando viene trasferita al confino a Ponza e poi a Ventotene. Nel 1939 prende posizione contro il Patto Molotov-Ribbentrop e viene per questo espulsa dal PCd'I. Riammessa nel Partito nel 1945, viene eletta al Consiglio comunale di Torino e poi in Parlamento. Nel 1982 Sandro Pertini, presidente della Repubblica e suo compagno di confino, la nomina senatrice a vita. Nel dopoguerra sarà per molti anni dirigente dell'Unione donne italiane e si batterà per i diritti delle donne oppresse fuori e dentro le mura domestiche.  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Nel 1923 è uno degli organizzatori degli scioperi contro il fascismo. Con le "Leggi Speciali" del 1926 entra in clandestinità ed evita l'arresto muovendosi fra Germania, Lussemburgo, Belgio, Francia e Svizzera. Membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d'Italia, nell'ottobre 1933 rientra in Italia ma viene arrestato dall'OVRA a Milano. Condannato a 20 anni dal Tribunale Speciale li sconta nelle prigioni di Civitavecchia. Un condono del 1º novembre 1942 lo trasferisce al confino prima ad Ustica poi a Renicci presso Anghiari. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943  evade e raggiunge la Venezia Giulia dove da tempo agiscono formazioni partigiane italo-jugoslave. Il partito comunista gli affida il compito di organizzare le brigate Garibaldi nel settore di Trieste. La delazione di un collaborazionista provoca la sua cattura, nell'autunno del 1944, da parte dei nazi-fascisti. Dopo mesi di torture muore nel gennaio del 1945 nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba. Repertorio: letture da Umberto Terracini, "Vincenzo Gigante, un eroico figlio del popolo", Ristampa anastatica a cura della sezione ANPI di Brindisi, Brindisi 2011. Documenti dell'Archivio dell'Istituto regionale per la Storia della Resistenza e dell'Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia. Con Marcello Flores</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=SpPpPlusssFe2tFK90FrmgMcs37MQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Vincenzo Gigante (Brindisi, 5 febbraio 1901 – Risiera di San Sabba, 1945)</itunes:title><itunes:summary>Nato a Brindisi ma trasferitosi a Roma in gioventù, diventa militante sindacale degli operai edili. Nel 1923 è uno degli organizzatori degli scioperi contro il fascismo. Con le "Leggi Speciali" del 1926 entra in clandestinità ed evita l'arresto muovendosi fra Germania, Lussemburgo, Belgio, Francia e Svizzera. Membro del Comitato Centrale del Partito Comunista d'Italia, nell'ottobre 1933 rientra in Italia ma viene arrestato dall'OVRA a Milano. Condannato a 20 anni dal Tribunale Speciale li sconta nelle prigioni di Civitavecchia. Un condono del 1º novembre 1942 lo trasferisce al confino prima ad Ustica poi a Renicci presso Anghiari. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943  evade e raggiunge la Venezia Giulia dove da tempo agiscono formazioni partigiane italo-jugoslave. Il partito comunista gli affida il compito di organizzare le brigate Garibaldi nel settore di Trieste. La delazione di un collaborazionista provoca la sua cattura, nell'autunno del 1944, da parte dei nazi-fascisti. Dopo mesi di torture muore nel gennaio del 1945 nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba. Repertorio: letture da Umberto Terracini, "Vincenzo Gigante, un eroico figlio del popolo", Ristampa anastatica a cura della sezione ANPI di Brindisi, Brindisi 2011. 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Intransigente antifascista, difensore dei braccianti agricoli poveri, più volte minacciato e aggredito da gruppi fascisti, ostacolato nella professione forense e nell'attività parlamentare. Affermatosi il fascismo, Matteotti nel 1924 alla Camera dei deputati pronuncia una documentata requisitoria (acquisita agli atti del Parlamento) sulle violenze fasciste contro i candidati socialisti, comunisti, repubblicani, liberali progressisti. Sul giornale Il popolo d'Italia Mussolini scrive immediatamente che è necessario "dare una lezione al deputato del Polesine". Il 10 giugno 1924, a Roma, cinque sicari fascisti aggrediscono e rapiscono Matteotti in Lungotevere Arnaldo da Brescia. Caricato a forza su una macchina, il parlamentare socialista viene ucciso a coltellate dopo ripetute percosse. Le spoglie verranno trovate, occultate in un boschetto di Riano Flaminio, solo il 15 agosto. Riconosciuti e processati a Chieti due anni dopo, i fascisti omicidi confessi - difesi dal braccio destro di Mussolini, Roberto Farinacci - ebbero miti condanne, uscendo poco dopo di prigione. Repertorio: "Nascita di una dittatura", intervista ad Arturo Fasciolo, puntata dell'8/12/1972; lettura di "Un anno di dominazione fascista" di Giacomo Matteotti, 1923; lettura del discorso di Giacomo Matteotti alla Camera dei deputati del 30 maggio 1924. Con Michela Ponzani</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=e9mnmNxLlQtssSlashRbL289VZegeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924)</itunes:title><itunes:summary>Esponente di spicco del Partito socialista, eletto nel 1919 alla Camera dei deputati. Nel 1922 promuove la costituzione del Partito socialista unitario divenendone segretario nazionale. 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Maddalena Cerasuolo si distinse, mentre si sparava contro i nazifascisti nei quartieri di Capodimonte, Foria e Chiaia e Materdei, partecipando attivamente nella difesa dello strategico Ponte della Sanità. La sua attività di partigiana non si esaurì nelle 4 giornate napoletane. Diventò agente del SOS britannico, partecipando a diverse operazioni di sabotaggio dietro le linee nemiche. Finita la guerra ottenne la medaglia di bronzo al valor militare.  Nel dopoguerra diventa militante del Partito Comunista Italiano.  Repertorio: Quattro Giornate di Napoli, intervista a Maddalena Cerasuolo (Rai 1969). Letture da: Aldo De Jaco, Le quattro giornate di Napoli, Roma, Editori Riuniti, 1956. Con Marcello Flores</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=fC1JvGTfQ1ssSlash9ixqFySf2IQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Maddalena Cerasuolo (Napoli, 2 febbraio 1920 – Napoli, 23 ottobre 1999)</itunes:title><itunes:summary>Partigiana, antifascista, operaia protagonista delle "Quattro giornate di Napoli", la prima insurrezione popolare d'Europa che Tra il 28 e il 30 settembre 1943 scacciò gli occupanti nazi-fascisti dalla città partenopea. Maddalena Cerasuolo si distinse, mentre si sparava contro i nazifascisti nei quartieri di Capodimonte, Foria e Chiaia e Materdei, partecipando attivamente nella difesa dello strategico Ponte della Sanità. La sua attività di partigiana non si esaurì nelle 4 giornate napoletane. Diventò agente del SOS britannico, partecipando a diverse operazioni di sabotaggio dietro le linee nemiche. Finita la guerra ottenne la medaglia di bronzo al valor militare.  Nel dopoguerra diventa militante del Partito Comunista Italiano.  Repertorio: Quattro Giornate di Napoli, intervista a Maddalena Cerasuolo (Rai 1969). Letture da: Aldo De Jaco, Le quattro giornate di Napoli, Roma, Editori Riuniti, 1956. 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Caduto il fascismo, tornò per breve tempo alla vita  politica attiva, come ministro senza portafoglio nel gabinetto Badoglio (aprile-giugno 1944) al quale parteciparono i sei partiti antifascisti del CLN, e nel primo gabinetto Bonomi (costituito il 18 giugno, ma il C. si dimise il 27 luglio); tenne sino al 1947 la presidenza effettiva del Partito liberale e sino al 1948 quella onoraria, fu consultore, deputato alla Costituente e dal 1948 senatore di diritto. Nel 1947 fu nominato socio onorario dell'Accademia dei Lincei, della quale era stato in passato (1923-35, 1945) socio nazionale; nello stesso anno fondò a Napoli l'Istituto italiano per gli studi storici, a disposizione del quale aveva posto la sua biblioteca, forse la più importante biblioteca privata d'Italia. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=qC3lmpLNnETssSlashvCSrDDH7wQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952)</itunes:title><itunes:summary>Senatore dal 1910, ministro dell'Istruzione con Giolitti nel 1920-21, assunse nel 1925, dopo che il fascismo trasformò lo Stato in regime totalitario, un deciso atteggiamento di opposizione, redigendo il Manifesto degli intellettuali antifascisti, i quali guardarono poi sempre a lui come a un esempio. Caduto il fascismo, tornò per breve tempo alla vita  politica attiva, come ministro senza portafoglio nel gabinetto Badoglio (aprile-giugno 1944) al quale parteciparono i sei partiti antifascisti del CLN, e nel primo gabinetto Bonomi (costituito il 18 giugno, ma il C. si dimise il 27 luglio); tenne sino al 1947 la presidenza effettiva del Partito liberale e sino al 1948 quella onoraria, fu consultore, deputato alla Costituente e dal 1948 senatore di diritto. Nel 1947 fu nominato socio onorario dell'Accademia dei Lincei, della quale era stato in passato (1923-35, 1945) socio nazionale; nello stesso anno fondò a Napoli l'Istituto italiano per gli studi storici, a disposizione del quale aveva posto la sua biblioteca, forse la più importante biblioteca privata d'Italia. 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Vive in Svizzera, Germania,  Francia, Portogallo, Inghilterra dove si impegna nell'organizzazione lotta antifascista. Torna in Italia dopo il 25 luglio 1943, è protagonista della lotta partigiana compiendo per il CLN il collegamento con il Sud. Fonti: Joyce Lussu, Fronti e frontiere 1944 (ripubblicato da Mursia nel 1971). Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=HoO4DqvsnssSlashfml9nGiG8tggeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Joyce Lussu (Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998)</itunes:title><itunes:summary>Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, più nota come Joyce Lussu, è stata una partigiana, scrittrice, traduttrice e poetessa, medaglia d'argento al valor militare, capitano di Giustizia e Libertà e moglie di Emilio Lussu, politico e scrittore. Figlia di intellettuali antifascisti, lascia l'Italia dopo che il padre nel 1924 viene picchiato da squadristi fiorentini. Vive in Svizzera, Germania,  Francia, Portogallo, Inghilterra dove si impegna nell'organizzazione lotta antifascista. Torna in Italia dopo il 25 luglio 1943, è protagonista della lotta partigiana compiendo per il CLN il collegamento con il Sud. Fonti: Joyce Lussu, Fronti e frontiere 1944 (ripubblicato da Mursia nel 1971). 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Letture da: Enzo Sereni ed Emilio Sereni – Politica e utopia. Lettere 1926-1943, a cura di D. Bidussa e M.G. Meriggi, La Nuova Italia, Firenze, 2000. Repertorio: Archivio RAI; Amici e conoscenti ricordano Enzo Sereni nel programma "Sorgente di vita" del 13/05/2005. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=r8SL4XuLmpPpPlussyDmfrsGcynXQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Enzo Sereni (Roma, 17 aprile 1905 – Dachau, 18 novembre 1944)</itunes:title><itunes:summary>Enzo Sereni è stato un attivista, partigiano, scrittore, sionista italiano, cofondatore del kibbutz Givat Brenner, letterato, sostenitore della coesistenza tra ebrei e arabi. Combattente della Resistenza, fu paracadutato nell'Italia occupata dai Nazisti durante la seconda guerra mondiale; catturato dai tedeschi, fu successivamente ucciso nel campo di concentramento di Dachau. Letture da: Enzo Sereni ed Emilio Sereni – Politica e utopia. Lettere 1926-1943, a cura di D. Bidussa e M.G. Meriggi, La Nuova Italia, Firenze, 2000. Repertorio: Archivio RAI; Amici e conoscenti ricordano Enzo Sereni nel programma "Sorgente di vita" del 13/05/2005. Con Alessandra Tarquini</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:30</itunes:duration></item><item><title>Lucia Ottobrini (Roma, 2 ottobre 1924 – Rocca di Papa, 26 settembre 2015)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-74a2a9fb-f88e-42a6-b93b-a5c4ccbfa8a3</guid><pubDate>Sat, 12 Oct 2024 13:49:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2024/10/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-12102024-74a2a9fb-f88e-42a6-b93b-a5c4ccbfa8a3.html</link><description>Entrò a 18 anni, nella Resistenza romana e fece parte dei GAP centrali. Tra le tante azioni alle quali ha partecipato, quella con Marisa Musu e Carla Capponi dinnanzi alla caserma dell'81° Fanteria di via Giulio Cesare, per ottenere la liberazione dei civili arrestati; l'attacco ai fascisti in via Tomacelli; l'azione gappista di via Rasella. Sulla scelta che ha condizionato tutta la sua vita, Lucia Ottobrini ha avuto modo di dichiarare: "La principale motivazione della mia scelta antifascista fu sicuramente l'entrata in guerra contro la Francia, la mia seconda patria, l'infamia di un'aggressione contro un Paese che era stato già piegato dai tedeschi. Poi le leggi razziali. Molta gente, specie nel "popolino", aveva creduto in una matrice proletaria del fascismo e in una certa propensione ad occuparsi della povera gente e questo spiega il consenso di massa che il fascismo, e il fascino personale di Mussolini, avevano conseguito". Nel 2004, Lucia Ottobrini è stata tra i firmatari dell'appello al Presidente Ciampi, perché fosse degnamente celebrato il sessantesimo della Liberazione. Medaglia d'argento al valor militare. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=0OvOPApPpPluss1LLHxgKGvdAikxgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Lucia Ottobrini (Roma, 2 ottobre 1924 – Rocca di Papa, 26 settembre 2015)</itunes:title><itunes:summary>Entrò a 18 anni, nella Resistenza romana e fece parte dei GAP centrali. Tra le tante azioni alle quali ha partecipato, quella con Marisa Musu e Carla Capponi dinnanzi alla caserma dell'81° Fanteria di via Giulio Cesare, per ottenere la liberazione dei civili arrestati; l'attacco ai fascisti in via Tomacelli; l'azione gappista di via Rasella. 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Sottoscrive il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, e in seguito al sequestro e l'omicidio di Giacomo Matteotti è tra i protagonisti politici della Scissione dell'Aventino, ovvero l'abbandono dei lavori parlamentari dei partiti di opposizione al regime. Vittima di diverse aggressioni delle camicie nere fasciste, il 19 luglio del 1925 a Montecatini subisce un feroce pestaggio dalle squadracce capitanate dal gerarca Carlo Sforza. Le ferite riportate durante l'aggressione ne provocano la morte, in Francia, da esule antifascista il 7 aprile 1926. Repertorio: Archivio Rai, i luoghi della Storia, Montecatini e Giovanni Amendola, RadioRai 1974. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=pPpPlussssSlashYHyyIlfoj5ssSlashyjP5cssSlashQXgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giovanni Battista Amendola (Napoli, 15 aprile 1882 – Cannes, 7 aprile 1926)</itunes:title><itunes:summary>Giovanni Amendola, filosofo, giornalista, accademico antifascista. Fu titolare del Ministero per le Colonie del Regno nel 1922, durante l'ultimo governo democratico (Facta) prima dell'avvento del regime fascista. Fondatore del quotidiano il Mondo, è stata una delle voci più autorevoli dell'antifascismo italiano. Sottoscrive il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, e in seguito al sequestro e l'omicidio di Giacomo Matteotti è tra i protagonisti politici della Scissione dell'Aventino, ovvero l'abbandono dei lavori parlamentari dei partiti di opposizione al regime. Vittima di diverse aggressioni delle camicie nere fasciste, il 19 luglio del 1925 a Montecatini subisce un feroce pestaggio dalle squadracce capitanate dal gerarca Carlo Sforza. Le ferite riportate durante l'aggressione ne provocano la morte, in Francia, da esule antifascista il 7 aprile 1926. Repertorio: Archivio Rai, i luoghi della Storia, Montecatini e Giovanni Amendola, RadioRai 1974. 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L'anno dopo, a settembre, Marisa era stata tra i protagonisti della battaglia per la difesa di Roma.Con la capitale occupata dai nazisti non si era arresa: con il nome di "Rosa" era entrata nella formazione dei GAP (i Gruppi di azione patriottica), guidata da Franco Calamandrei e della quale facevano parte Rosario Bentivegna, Carla Capponi, Mario Fiorentini, Lucia Ottobrini, Luigi Pintor, Pasquale Balsamo, Carlo Salinari e Franco Ferri. Dopo varie azioni portate a termine, "Rosa", con Pasquale Balsamo ed Ernesto Borghesi, cade nelle mani della polizia. Per loro fortuna, ad arrestarli furono i commissari Colasurdo e De Longis (che erano in contatto col CLN). Facendoli passare per comuni rapinatori, i due funzionari fecero rinchiudere Balsamo e Borghesi a "Regina Coeli" e Marisa Musu alle "Mantellate". La ragazza, che era già stata condannata a morte dal Tribunale di guerra nazista, evase grazie all'aiuto di alcuni medici antifascisti. Dopo la Liberazione Marisa Musu ha lavorato nel movimento giovanile comunista, ha fatto parte del comitato centrale del Pci, partito dal quale è uscita per passare a Rifondazione, si è occupata a lungo di problemi della scuola, è stata giornalista a Paese Sera e a l'Unità, è stata inviata per due anni a Pechino, poi in Vietnam, a Praga nel '68, in Mozambico e in Palestina. Sulla Resistenza a Roma Marisa Musu ha scritto due libri "La ragazza di via Orazio" e, in collaborazione col suo compagno Ennio Polito, "Roma ribelle". Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=pkNB9ZK3yPhh0ITSOBPTEQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Marisa Musu (Roma, 18 aprile 1925 – Roma, 3 novembre 2002)</itunes:title><itunes:summary>Medaglia d'Argento al Valor Militare. Nel suo testamento Marisa Musu aveva scritto: "Non passate sotto silenzio che sono stata comunista dal 1942". 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La ragazza, che era già stata condannata a morte dal Tribunale di guerra nazista, evase grazie all'aiuto di alcuni medici antifascisti. Dopo la Liberazione Marisa Musu ha lavorato nel movimento giovanile comunista, ha fatto parte del comitato centrale del Pci, partito dal quale è uscita per passare a Rifondazione, si è occupata a lungo di problemi della scuola, è stata giornalista a Paese Sera e a l'Unità, è stata inviata per due anni a Pechino, poi in Vietnam, a Praga nel '68, in Mozambico e in Palestina. Sulla Resistenza a Roma Marisa Musu ha scritto due libri "La ragazza di via Orazio" e, in collaborazione col suo compagno Ennio Polito, "Roma ribelle". 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Fonti: Lo scambio epistolare tra Prezzolini e Gobetti si trova nei  n.28 e 31 de La Rivoluzione Liberale del 29 settembre 1922 e del 25 ottobre 1922. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=jo7zdpXqT5Hsou8qDwQx0AeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 - Parigi, 15 febbraio 1926)</itunes:title><itunes:summary>Piero Gobetti è stato un giornalista, politico, scrittore, filosofo ed editore, intellettuale antifascista e liberale. Nonostante la sua breve vita che finì a soli 25 anni in esilio a Parigi,  la testimonianza del suo pensiero e dei suoi valori per una rivoluzione liberale e contro il fascismo,  ha ispirato la lotta di intere generazioni. Fonti: Lo scambio epistolare tra Prezzolini e Gobetti si trova nei  n.28 e 31 de La Rivoluzione Liberale del 29 settembre 1922 e del 25 ottobre 1922. 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Nel 1941 partecipò alla fondazione del Partito d'Azione e dopo l'armistizio, col figlio Paolo entrò nella Resistenza, costituendo un primo nucleo di partigiani nella "borgata Cordola" di Meana di Susa. Oltre a mantenere i collegamenti tra Torino e le formazioni GL operanti in Val Susa e nei vari centri del Piemonte, Ada Gobetti collaborò alla costituzione dei Gruppi di Difesa della Donna. Di quella drammatica esperienza scriverà in Diario Partigiano, pubblicato la prima volta nel 1956 e ristampato nel 1972. Dopo la Liberazione Ada Gobetti, che fu vice sindaco comunista di Torino, si impegnò in una vasta attività pedagogista, di traduttrice e di scrittrice. Nel 1953 dirige, con Dina Bertoni Jovine, la rivista Educazione Democratica e, nel 1959, fonda il Giornale dei Genitori che, dopo la morte di Ada, sarebbe stato diretto da Gianni Rodari. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=ssSlashOTzJAMDxpPpPlusspRXF8OssSlashKRgWgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ada Prospero Gobetti (Torino, 14 luglio 1902 - Torino, 14 marzo 1968)</itunes:title><itunes:summary>Scrittrice, traduttrice e giornalista, Medaglia d'argento al valor militare. Sposa Piero Gobetti nel 1923, dopo averlo conosciuto collaborando ad Energie Nuove e alla Rivoluzione Liberale, negli anni del fascismo fu al centro di una rete clandestina di intellettuali, tra i quali Carlo Rosselli, che avrebbe portato alla costituzione del movimento Giustizia e Libertà. Nel 1941 partecipò alla fondazione del Partito d'Azione e dopo l'armistizio, col figlio Paolo entrò nella Resistenza, costituendo un primo nucleo di partigiani nella "borgata Cordola" di Meana di Susa. Oltre a mantenere i collegamenti tra Torino e le formazioni GL operanti in Val Susa e nei vari centri del Piemonte, Ada Gobetti collaborò alla costituzione dei Gruppi di Difesa della Donna. Di quella drammatica esperienza scriverà in Diario Partigiano, pubblicato la prima volta nel 1956 e ristampato nel 1972. Dopo la Liberazione Ada Gobetti, che fu vice sindaco comunista di Torino, si impegnò in una vasta attività pedagogista, di traduttrice e di scrittrice. Nel 1953 dirige, con Dina Bertoni Jovine, la rivista Educazione Democratica e, nel 1959, fonda il Giornale dei Genitori che, dopo la morte di Ada, sarebbe stato diretto da Gianni Rodari. 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Elaborò in particolare il concetto d'egemonia, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali alla società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, soprattutto quelle subalterne.  Repertorio, Archivio Rai: Passato e Presente, il congresso di Lione del PCD'I 1926, Radiorai, 16/12/1973; Il Girasole, Radiorai 21/12/1973. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=9pPpPlussVqGMOjdWPJBJqaNYq2hAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937)</itunes:title><itunes:summary>Militante comunista, nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia, di cui fu segretario dall'agosto 1924. Nel 1926 fu arrestato e incarcerato dal regime fascista. 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Quando, dopo l'armistizio, cominciò la stagione della Resistenza, Bianca Guidetti Serra entrò a far parte dei "Gruppi di difesa della donna". Una attività clandestina che "era un modo di coniugare la guerra di liberazione con tipiche rivendicazioni femministe". La diffusione di un bollettino ciclostilato, brevi comizi volanti per i quali l'avvocatessa Guidetti Serra (si era laureata nel luglio del 1943), fu più volte fermata - sempre cavandosela - caratterizzarono per Bianca il periodo dell'occupazione nazifascista. Dopo la Liberazione, l'impegno professionale e politico. Nelle fabbriche torinesi per assistere gli operai per conto della Camera del lavoro; nel 1949 la partecipazione alle lotte contadine nel Meridione; negli anni Settanta la battaglia contro le schedature politiche degli operai alla FIAT. E ancora, l'impegno nel Consiglio comunale torinese e in Parlamento, per il Partito Comunista Italiano e per Democrazia Proletaria. Sempre come indipendente, perché "Bianca la rossa" è stata, in primo luogo, "l'avvocato dei diritti". Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=HS94OPLj9xkumEFm0K52kQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Bianca Guidetti Serra (Torino, 19 agosto 1919 – Torino, 24 giugno 2014)</itunes:title><itunes:summary>Diventa antifascista giovanissima, per reazione al varo delle leggi razziali volute da Mussolini con l'avallo della monarchia. Amica di Primo Levi, il suo impegno per i diritti dei cittadini, la democrazia, la libertà e la giustizia non si sarebbe affievolito con gli anni. Quando, dopo l'armistizio, cominciò la stagione della Resistenza, Bianca Guidetti Serra entrò a far parte dei "Gruppi di difesa della donna". Una attività clandestina che "era un modo di coniugare la guerra di liberazione con tipiche rivendicazioni femministe". La diffusione di un bollettino ciclostilato, brevi comizi volanti per i quali l'avvocatessa Guidetti Serra (si era laureata nel luglio del 1943), fu più volte fermata - sempre cavandosela - caratterizzarono per Bianca il periodo dell'occupazione nazifascista. Dopo la Liberazione, l'impegno professionale e politico. Nelle fabbriche torinesi per assistere gli operai per conto della Camera del lavoro; nel 1949 la partecipazione alle lotte contadine nel Meridione; negli anni Settanta la battaglia contro le schedature politiche degli operai alla FIAT. E ancora, l'impegno nel Consiglio comunale torinese e in Parlamento, per il Partito Comunista Italiano e per Democrazia Proletaria. Sempre come indipendente, perché "Bianca la rossa" è stata, in primo luogo, "l'avvocato dei diritti". 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Rientrato in Italia nel 1944, Terracini partecipò alla lotta di Resistenza in Val d'Ossola. Rientrato nel PCI, dal quale era stato espulso nel '43 perché contrario alla linea del Comintern, fu deputato alla Costituente, assumendone la presidenza (1947-48). Senatore dal '48 e presidente del gruppo parlamentare comunista da 1958 al 1973. Con Alessandra Tarquini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=y80hd3RFtLbAWDKY4DALhgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Umberto Terracini (Genova, 27 luglio 1895 - Roma, 6 dicembre 1983)</itunes:title><itunes:summary>Nato a Genova da una famiglia di origine ebraica, da giovanissimo aderì al socialismo e poi fu tra i fondatori della rivista Ordine nuovo e del Partito Comunista. Dal 1921 fu membro del Comitato centrale del PCI e nel 1926 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a 23 anni di reclusione. Confinato a Ponza e Ventotene, nell'agosto 1943 fu liberato e si rifugiò in Svizzera. Rientrato in Italia nel 1944, Terracini partecipò alla lotta di Resistenza in Val d'Ossola. Rientrato nel PCI, dal quale era stato espulso nel '43 perché contrario alla linea del Comintern, fu deputato alla Costituente, assumendone la presidenza (1947-48). Senatore dal '48 e presidente del gruppo parlamentare comunista da 1958 al 1973. Con Alessandra Tarquini</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:31</itunes:duration></item><item><title>Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927 - Castelfranco Veneto, 1 novembre 2016)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-004755ed-8e69-487c-81e2-9fa339848429</guid><pubDate>Sat, 07 Dec 2024 13:56:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2024/12/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-07122024-004755ed-8e69-487c-81e2-9fa339848429.html</link><description>A soli 17 anni con il nome di battaglia di "Gabriella" divenne staffetta partigiana della brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, quindi passò al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Militante attiva nella resistenza antifascista, nel dopoguerra è figura centrale nella vita politica repubblicana, attivista sindacale e deputata per la DC. Diventa nel 1976 la prima donna a ricoprire il ruolo di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Nel 1979 è Ministro della Sanità e fautrice dell'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981 la presidente della Camera dei Deputati Nilde Iotti la nomina Presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla Loggia massonica P2. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=g4TzX7dJnhpPpPlussKmxSy8kssSlash0ageeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927 - Castelfranco Veneto, 1 novembre 2016)</itunes:title><itunes:summary>A soli 17 anni con il nome di battaglia di "Gabriella" divenne staffetta partigiana della brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, quindi passò al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Militante attiva nella resistenza antifascista, nel dopoguerra è figura centrale nella vita politica repubblicana, attivista sindacale e deputata per la DC. Diventa nel 1976 la prima donna a ricoprire il ruolo di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. Nel 1979 è Ministro della Sanità e fautrice dell'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981 la presidente della Camera dei Deputati Nilde Iotti la nomina Presidente della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla Loggia massonica P2. Con Davide Conti</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:46</itunes:duration></item><item><title>Ferruccio Parri  (Pinerolo, 19 gennaio 1890 – Roma, 8 dicembre 1981)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-2d5722f8-2d13-4cf9-85bb-0a53cba9683b</guid><pubDate>Sat, 14 Dec 2024 14:01:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2024/12/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-14122024-2d5722f8-2d13-4cf9-85bb-0a53cba9683b.html</link><description>Ferruccio Parri con il nome di battaglia "Maurizio" fu comandante partigiano delle formazioni di Giustizia e Libertà durante la guerra di liberazione italiana. Membro fondatore del Partito d'Azione e  figura centrale dell'antifascismo nel 1945, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu il primo presidente del Consiglio dei Ministri a capo di un governo di unità nazionale .   Raccontato da Carlo Greppi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=kaRssSlashuw0hmLy0z2UlWDyRlgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ferruccio Parri  (Pinerolo, 19 gennaio 1890 – Roma, 8 dicembre 1981)</itunes:title><itunes:summary>Ferruccio Parri con il nome di battaglia "Maurizio" fu comandante partigiano delle formazioni di Giustizia e Libertà durante la guerra di liberazione italiana. Membro fondatore del Partito d'Azione e  figura centrale dell'antifascismo nel 1945, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, fu il primo presidente del Consiglio dei Ministri a capo di un governo di unità nazionale .   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Nel settembre del 1943, la ragazza diventa staffetta della banda di "Silvio" Corbari, col quale ha una relazione sentimentale, e nel gennaio del 1944 entra come combattente nella formazione. Iris prende parte a numerose azioni di guerriglia e si distingue per il suo coraggio. Nell'agosto del 1944 la giovane partigiana, che, ferita ad una gamba, si era rifugiata con Corbari e altri compagni in una casa colonica, viene sorpresa da tedeschi e fascisti, accompagnati sul luogo da un delatore. I partigiani oppongono resistenza, la ragazza capisce che, non potendo muoversi, non può tentare la fuga ed è d'impedimento alla salvezza degli altri e si uccide. I fascisti oltraggiarono e trasportarono il cadavere di Iris da Cornia a Forlì e, in Piazza Saffi, lo appesero, per spregio, accanto a quelli dei suoi compagni di lotta, Sirio Corbari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, catturati dopo lo scontro a fuoco di Cornia San Valentino. Con Carlo Greppi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=nTzStOl2aeFfK8R5EgdCIgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Iris Versari (Poggio di San Benedetto in Alpe, 12 dicembre 1922 – Ca' Cornio di Modigliana, 18 agosto 1944)</itunes:title><itunes:summary>Medaglia d'oro al valor militare. La sua famiglia di contadini si era trasferita a Tredozio, nel podere Tramonto (dove, dopo l'armistizio, si sarebbe costituita una delle prime bande partigiane del Forlivese), ed Iris era andata "a servizio" presso una famiglia benestante di Forlì. Tornata dai suoi, li aiutava nei lavori dei campi. Nel settembre del 1943, la ragazza diventa staffetta della banda di "Silvio" Corbari, col quale ha una relazione sentimentale, e nel gennaio del 1944 entra come combattente nella formazione. Iris prende parte a numerose azioni di guerriglia e si distingue per il suo coraggio. Nell'agosto del 1944 la giovane partigiana, che, ferita ad una gamba, si era rifugiata con Corbari e altri compagni in una casa colonica, viene sorpresa da tedeschi e fascisti, accompagnati sul luogo da un delatore. I partigiani oppongono resistenza, la ragazza capisce che, non potendo muoversi, non può tentare la fuga ed è d'impedimento alla salvezza degli altri e si uccide. I fascisti oltraggiarono e trasportarono il cadavere di Iris da Cornia a Forlì e, in Piazza Saffi, lo appesero, per spregio, accanto a quelli dei suoi compagni di lotta, Sirio Corbari, Adriano Casadei e Arturo Spazzoli, catturati dopo lo scontro a fuoco di Cornia San Valentino. 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Qui frequentò il regio liceo Umberto I e per due anni scolastici ebbe come professore di Storia e Filosofia il militante azionista Pilo Albertelli, morto nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel 1941 si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.  Nell'autunno 1943 entrò a far parte di un gruppo di partigiani legato al Partito d'Azione e operò a Roma nella terza zona del Pd'A, settore Salario. Dopo la liberazione di Roma, nel giugno 1944 si arruolò nello Special Operations Executive e partì per la provincia di Brindisi, dove ricevette l'addestramento militare in diverse basi alleate. Come nome di battaglia scelse Mercurio e gli venne conferito il grado di tenente. Il 17 gennaio 1945 fu imprigionato da un reparto di SS nel carcere di Biella e di lì trasferito a Villa Schneider, presso il comando della polizia militare tedesca. I nazisti lo trasferirono nel carcere "Le Nuove", a Torino, e poco dopo nel Campo di transito di Bolzano, dove fu dismesso dalle autorità germaniche, il 30 aprile 1945, Marincola decise di raggiungere la Val di Fiemme, dove i partigiani e la popolazione temevano ancora rappresaglie da parte dell'esercito nazista in ritirata. I nazisti lo uccisero il 4 maggio 1945 a un posto di blocco, nei pressi dell'abitato di Stramentizzo, luogo assieme a Ziano e Molina di Fiemme dell'ultima strage nazista sul territorio italiano. Con Carlo Greppi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=Wy4Clv50UfpJIDvvAMySZgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giorgio Marincola (Mahaddei Uen, 23 settembre 1923 – Stramentizzo, 4 maggio 1945)</itunes:title><itunes:summary>Nato nella Somalia italiana, figlio di Giuseppe, maresciallo maggiore di fanteria di origini calabresi, e di Askhiro Hassan, somala della cabila Habar Gidir. Contrariamente alle usanze dell'epoca, il padre lo riconobbe portandolo con sé  in Italia. Giorgio si trasferì a Roma, in casa del padre, nel 1933. Qui frequentò il regio liceo Umberto I e per due anni scolastici ebbe come professore di Storia e Filosofia il militante azionista Pilo Albertelli, morto nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel 1941 si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.  Nell'autunno 1943 entrò a far parte di un gruppo di partigiani legato al Partito d'Azione e operò a Roma nella terza zona del Pd'A, settore Salario. Dopo la liberazione di Roma, nel giugno 1944 si arruolò nello Special Operations Executive e partì per la provincia di Brindisi, dove ricevette l'addestramento militare in diverse basi alleate. Come nome di battaglia scelse Mercurio e gli venne conferito il grado di tenente. Il 17 gennaio 1945 fu imprigionato da un reparto di SS nel carcere di Biella e di lì trasferito a Villa Schneider, presso il comando della polizia militare tedesca. I nazisti lo trasferirono nel carcere "Le Nuove", a Torino, e poco dopo nel Campo di transito di Bolzano, dove fu dismesso dalle autorità germaniche, il 30 aprile 1945, Marincola decise di raggiungere la Val di Fiemme, dove i partigiani e la popolazione temevano ancora rappresaglie da parte dell'esercito nazista in ritirata. I nazisti lo uccisero il 4 maggio 1945 a un posto di blocco, nei pressi dell'abitato di Stramentizzo, luogo assieme a Ziano e Molina di Fiemme dell'ultima strage nazista sul territorio italiano. 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Svolge l'attività partigiana come staffetta, addetta al trasporto d'armi e dando asilo ai partigiani ricercati e feriti nella sua casa di Via della Lungara, situata all'interno di Regina Coeli ed assegnata al marito in quanto medico del carcere. Il 24 gennaio 1944, Marcella guida come protagonista l'evasione da Regina Coeli di Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e di altri cinque prigionieri politici. Fu insignita della medaglia d'argento al valor militare. Documenti tratti da: Roma città prigioniera di Cesare De Simone (Mursia, 1994) e dal documentario rai, Le donne nella Resistenza di Liliana Cavani (1965). Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=JnzYPn4U3ee71Y7TFjQoDweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Marcella Ficca (Roma, 10 settembre 1915 - Roma, 2001)</itunes:title><itunes:summary>Antifascista sin dagli anni trenta, insieme al marito Alfredo Monaco nel 1943 aderisce al Partito Socialista Italiano e partecipa alla Resistenza a Roma nelle brigate Matteotti. Svolge l'attività partigiana come staffetta, addetta al trasporto d'armi e dando asilo ai partigiani ricercati e feriti nella sua casa di Via della Lungara, situata all'interno di Regina Coeli ed assegnata al marito in quanto medico del carcere. Il 24 gennaio 1944, Marcella guida come protagonista l'evasione da Regina Coeli di Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e di altri cinque prigionieri politici. Fu insignita della medaglia d'argento al valor militare. 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Con l'armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco ad un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane. Il 23 marzo del 1944 con Carla Capponi (che sarebbe poi stata sua moglie), fu tra gli autori dell'azione di guerra in via Rasella, che mise fuori combattimento 33 soldati delle SS Bozen e che fu il pretesto per la strage delle Fosse Ardeatine. Pochi mesi dopo la liberazione della Capitale, Bentivegna decise di continuare la sua lotta contro i nazifascisti in Jugoslavia e in Montenegro. Rientrato in Italia dopo la conclusione del conflitto, ha ripreso gli studi e si è dedicato alla professione di medico. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=1bXvhpPpPlussfdDtmFBPB4AHpPpPluss2dweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Rosario Bentivegna (Roma, 22 giugno 1922 - Roma, 2 aprile 2012)</itunes:title><itunes:summary>Medaglia d'argento al valor militare. Già negli anni del liceo fu un attivo antifascista. Arrestato nel 1941, dopo la scarcerazione Bentivegna aderì nel 1943 al Partito comunista. Con l'armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco ad un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane. Il 23 marzo del 1944 con Carla Capponi (che sarebbe poi stata sua moglie), fu tra gli autori dell'azione di guerra in via Rasella, che mise fuori combattimento 33 soldati delle SS Bozen e che fu il pretesto per la strage delle Fosse Ardeatine. Pochi mesi dopo la liberazione della Capitale, Bentivegna decise di continuare la sua lotta contro i nazifascisti in Jugoslavia e in Montenegro. Rientrato in Italia dopo la conclusione del conflitto, ha ripreso gli studi e si è dedicato alla professione di medico. 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Pianificando con intelligenza le azioni di guerriglia, intervenendo in prima persona dove maggiore era il pericolo, portò l'organizzazione militare al più alto grado di efficienza. Figura carismatica e trascinatrice, noto come il Maresciallo rosso, Gracceva fu l'incubo di Kappler, riuscendo a lungo a sfuggire alla sua caccia. Solo la delazione di un infiltrato permise alle SS di catturarlo in modo rocambolesco. Né la promessa della libertà, né le minacce di ritorsioni su famiglia e figli, né le sevizie e le feroci torture nei lunghissimi interrogatori subiti nel carcere di Via Tasso, riuscirono a farlo parlare. L'arrivo degli alleati il 4 giugno impedì la sua esecuzione. Il suo coraggio quasi temerario gli valse la medaglia d'argento al valor militare e il riconoscimento di "Partigiano combattente ferito" col grado di tenente colonnello. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=cTQdr6ssSlashkGUlb0Eau9tgRwAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giuseppe Gracceva (Roma, 13 febbraio 1906 - Roma, 27 settembre 1978)</itunes:title><itunes:summary>Antifascista militante fin dalla presa del potere di Mussolini, più volte arrestato e condannato, fu protagonista d'eccezione dell'apporto dei socialisti e della città a quel movimento di Resistenza nazionale che a Roma vide il suo avvio l'8 settembre '43. Pianificando con intelligenza le azioni di guerriglia, intervenendo in prima persona dove maggiore era il pericolo, portò l'organizzazione militare al più alto grado di efficienza. Figura carismatica e trascinatrice, noto come il Maresciallo rosso, Gracceva fu l'incubo di Kappler, riuscendo a lungo a sfuggire alla sua caccia. Solo la delazione di un infiltrato permise alle SS di catturarlo in modo rocambolesco. 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Apostolo di bene e di carità, prodigava la sua opera di medico a lenire le sofferenze dei feriti, senza mai risparmiarsi nei pericoli e nei sacrifici. Catturato per delazione, affrontava e sosteneva con sereno stoicismo le sevizie che solo la più efferata crudeltà poteva immaginare. Bastonato a sangue, con le membra fracassate, trovava ancora la forza di porre fine al martirio tagliandosi le vene, ma il bieco nemico impediva che la morte lo strappasse alla sua sadica barbarie e poi lo finiva a colpi di bastone. Il suo cadavere, impiccato per estremo oltraggio, restò esposto per due giorni e, circondato dall'aureola del martirio, fu faro luminoso che additò ai superstiti la via da seguire per raggiungere la vittoria". Questa la motivazione della massima onorificenza al valor militare concessa alla memoria di Mario Pasi, che ha combattuto nel Veneto la sua battaglia per la libertà e la democrazia. Conseguì nel 1936 all'Università di Bologna la laurea in medicina e chirurgia. Nel 1940 il richiamo alle armi e la mobilitazione sul Fronte occidentale e poi su quello greco-albanese. Entrò nella Resistenza spostandosi nel Bellunese per organizzarvi le prime formazioni partigiane. Molto apprezzato per le sue doti politiche e militari, "Montagna" (questo il nome di battaglia) divenne commissario di Brigata, poi di Divisione e infine di Zona, alternando l'attività di direzione politica a quella di medico. Quando i nazifascisti catturarono "Montagna" rifiutarono ogni proposta di scambio e, dopo averlo ucciso, ne impiccarono il cadavere in località Bosco delle Castagne. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=MBmfTCYUHX2lB2ZIpPpPlussyXaIQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Mario Pasi (Ravenna, 21 luglio 1913 - Belluno, 10 marzo 1945)</itunes:title><itunes:summary>"Fin dall'8 settembre impugnava valorosamente le armi contro l'invasore. Ricercato dalla polizia tedesca quale organizzatore della lotta di liberazione, si arruolava nelle formazioni partigiane della montagna di cui divenne animatore fecondo e combattente audace. Commissario di brigata e poi di Zona partigiana, sosteneva durissimi combattimenti infliggendo gravi perdite al nemico. Apostolo di bene e di carità, prodigava la sua opera di medico a lenire le sofferenze dei feriti, senza mai risparmiarsi nei pericoli e nei sacrifici. Catturato per delazione, affrontava e sosteneva con sereno stoicismo le sevizie che solo la più efferata crudeltà poteva immaginare. Bastonato a sangue, con le membra fracassate, trovava ancora la forza di porre fine al martirio tagliandosi le vene, ma il bieco nemico impediva che la morte lo strappasse alla sua sadica barbarie e poi lo finiva a colpi di bastone. Il suo cadavere, impiccato per estremo oltraggio, restò esposto per due giorni e, circondato dall'aureola del martirio, fu faro luminoso che additò ai superstiti la via da seguire per raggiungere la vittoria". Questa la motivazione della massima onorificenza al valor militare concessa alla memoria di Mario Pasi, che ha combattuto nel Veneto la sua battaglia per la libertà e la democrazia. Conseguì nel 1936 all'Università di Bologna la laurea in medicina e chirurgia. Nel 1940 il richiamo alle armi e la mobilitazione sul Fronte occidentale e poi su quello greco-albanese. Entrò nella Resistenza spostandosi nel Bellunese per organizzarvi le prime formazioni partigiane. Molto apprezzato per le sue doti politiche e militari, "Montagna" (questo il nome di battaglia) divenne commissario di Brigata, poi di Divisione e infine di Zona, alternando l'attività di direzione politica a quella di medico. Quando i nazifascisti catturarono "Montagna" rifiutarono ogni proposta di scambio e, dopo averlo ucciso, ne impiccarono il cadavere in località Bosco delle Castagne. Con Francesco Filippi</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:15:08</itunes:duration></item><item><title>Maria Bronzo (Torino, 9 febbraio 1907 - Torino, 21 novembre 1987)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-d1c61e6e-90cc-4822-a366-63b4b4ce95aa</guid><pubDate>Sat, 01 Feb 2025 13:48:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2025/02/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-01022025-d1c61e6e-90cc-4822-a366-63b4b4ce95aa.html</link><description>Maria Bronzo militante antifascista e comunista. Inizia la sua attività politica clandestina comincia a vent'anni, nel giugno del 1927. Quando il fratello, comunista come il padre, viene arrestato, comincia a collaborare col Soccorso Rosso, l'organizzazione dedita all'aiuto dei militanti arrestati e delle loro famiglie. Partecipa alla Guerra Civile spagnola militando nel fronte repubblicano. Viene arrestata nel 1941, passa tre anni al confino nell'isola di Ventotene. Dopo la Liberazione, Maria Bronzo diventa dirigente dell'Udi, Unione donne Italiane, l'organizzazione nata dai Gruppi di difesa femminile delle resistenza. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=vleGFn7L3JUpBudjdZddCgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Maria Bronzo (Torino, 9 febbraio 1907 - Torino, 21 novembre 1987)</itunes:title><itunes:summary>Maria Bronzo militante antifascista e comunista. Inizia la sua attività politica clandestina comincia a vent'anni, nel giugno del 1927. 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Continuò la sua battaglia sino a che, nel 1927, fu deferito al Tribunale speciale. Si sottrasse all'arresto riparando in Unione Sovietica, dove diresse come tecnico il reparto di uno stabilimento metallurgico.  Andò in Etiopia in aiuto del popolo abissino aggredito dai colonialisti fascisti e poi in Spagna durante la guerra civile, dove combatté nelle Brigate Internazionali come capo di stato maggiore della XII Brigata "Garibaldi", distinguendosi particolarmente a Jarama, a Guadalajara e a Huesca.  Rientrato in Italia dopo l'8 settembre 1943, Barontini fu chiamato a far parte del Comando generale delle Brigate Garibaldi. In questa veste, organizzò i GAP nelle varie regioni occupate dai nazifascisti. Dall'inizio del 1944 e sino alla Liberazione, Barontini fu alla testa del CUMER (Comando militare unificato Emilia-Romagna) e diresse i partigiani nei più importanti scontri col nemico (Porta Lame, Monte Forni, Modena). Dopo la Liberazione, Ilio Barontini fu deputato alla Costituente, poi senatore per il collegio di Livorno nella seconda Legislatura della Repubblica, segretario della Federazione comunista di Livorno e membro del Comitato centrale del PCI. Dopo la morte di Barontini Giorgio Amendola lo commemorò in Parlamento, e strade e piazze gli sono state intitolate a Bologna, a Livorno e in altre città. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=7zN96XCrA6GvHvp2D0GF9QeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ilio Barontini (Cecina (Livorno), 28 settembre 1890 - Scandicci (Firenze), 22 gennaio 1951)</itunes:title><itunes:summary>Ilio Barontini fu il primo segretario della Federazione comunista di Livorno nel 1921. Segretario anche della Camera del Lavoro, si batté contro il dilagante squadrismo fascista. 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Dall'inizio del 1944 e sino alla Liberazione, Barontini fu alla testa del CUMER (Comando militare unificato Emilia-Romagna) e diresse i partigiani nei più importanti scontri col nemico (Porta Lame, Monte Forni, Modena). Dopo la Liberazione, Ilio Barontini fu deputato alla Costituente, poi senatore per il collegio di Livorno nella seconda Legislatura della Repubblica, segretario della Federazione comunista di Livorno e membro del Comitato centrale del PCI. Dopo la morte di Barontini Giorgio Amendola lo commemorò in Parlamento, e strade e piazze gli sono state intitolate a Bologna, a Livorno e in altre città. 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Teresa Mattei è stata tra le fondatrici dei Gruppi di difesa della donna e dell'Unione donne italiane; ha introdotto la mimosa come simbolo della giornata della donna, l'8 marzo. Terminata la guerra è stata la più giovane rappresentante nell'Assemblea costituente. Nel 1955 venne espulsa dal PCI perché contraria allo stalinismo e alla linea togliattiana.  Con la Lega per i diritti dei bambini alla comunicazione ha promosso in tutto il mondo grandi campagne per la pace e la non violenza. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=q5HzvjEpCtrm6xq7d0RznQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Teresa Mattei (Genova, 1 febbraio 1921 – Usigliano, 12 marzo 2013)</itunes:title><itunes:summary>Antifascista sin da giovanissima, nel 1938 venne espulsa da tutte le scuole del Regno per aver rifiutato di assistere alle lezioni in difesa della razza; nel 1943 aderì al PCI, diventando la staffetta partigiana col nome di battaglia: Chicchi. Teresa Mattei è stata tra le fondatrici dei Gruppi di difesa della donna e dell'Unione donne italiane; ha introdotto la mimosa come simbolo della giornata della donna, l'8 marzo. Terminata la guerra è stata la più giovane rappresentante nell'Assemblea costituente. Nel 1955 venne espulsa dal PCI perché contraria allo stalinismo e alla linea togliattiana.  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Diventa Staffetta partigiana con il nome di battaglia di "Tito", nella Divisone Bologna, facente parte del CUMER, il Comando Unico Militare dell'Emilia-Romagna. Partecipa, il 14 Ottobre del 1944, allo scontro tra partigiani e nazifascisti che si svolge a Sabbiuno (Castel Maggiore). A nove giorni dalla liberazione di Bologna (21 Aprile 1945), Gina, viene arrestata e trattenuta in cella nel Palazzo del Governo, sede della Questura della RSI; viene liberata, fortunosamente, il 20 Aprile del 1945. Verrà riconosciuta partigiana combattente, con il grado di Sottotenente nel CUMER, dal 1° Ottobre 1944 alla Liberazione del 25 Aprile del 1945. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=z1hRboIFcWKQPH3uGhssSlash5bQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Gina Negrini (Bologna, 25 agosto 1925 - Bologna, 19 maggio 2014)</itunes:title><itunes:summary>Gina Negrini quando i tedeschi, nel Settembre '43 occupano l'Italia, è un'operaia di 18 anni, con la Licenza Elementare. Diventa Staffetta partigiana con il nome di battaglia di "Tito", nella Divisone Bologna, facente parte del CUMER, il Comando Unico Militare dell'Emilia-Romagna. Partecipa, il 14 Ottobre del 1944, allo scontro tra partigiani e nazifascisti che si svolge a Sabbiuno (Castel Maggiore). A nove giorni dalla liberazione di Bologna (21 Aprile 1945), Gina, viene arrestata e trattenuta in cella nel Palazzo del Governo, sede della Questura della RSI; viene liberata, fortunosamente, il 20 Aprile del 1945. 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Nel frattempo , nel 1937, era stato espulso dal PCI perché critico rispetto a Stalin.  A Ventotene, nel 1941, insieme ad Ernesto Rossi e ad Eugenio Colorni redige il manifesto "Per un'Europa libera e unita" comunemente noto come  il "Manifesto di Ventotene". Liberato nel 1943, fondò a Milano il Movimento Federalista europeo, di cui fu segretario dal 1947 al 1963. E' considerato il massimo sostenitore dell'ideale europeista nell'Italia del dopoguerra.  Nel 1983 scrisse il "trattato di Unione europea" poi fatto proprio dall'Unione Europea.  Repertorio: Autobiografia di Altiero Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, 1999 e Il Manifesto di Ventotene, ed. Istituto Studi Federalisti A. Spinelli, 1991. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=HhKJhOEjksCCHNemgjXQuweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Altiero Spinelli (Roma, 31 agosto 1907 - Roma, 23 maggio 1986)</itunes:title><itunes:summary>Militante comunista in gioventù,  partecipò all'attività clandestina antifascista. Nel 1927 fu arrestato a Milano e condannato a sedici anni di carcere. Nel 1937 fu inviato al confino prima nell'isola di Ponza e poi, dal 1939, nell'isola di Ventotene. Nel frattempo , nel 1937, era stato espulso dal PCI perché critico rispetto a Stalin.  A Ventotene, nel 1941, insieme ad Ernesto Rossi e ad Eugenio Colorni redige il manifesto "Per un'Europa libera e unita" comunemente noto come  il "Manifesto di Ventotene". Liberato nel 1943, fondò a Milano il Movimento Federalista europeo, di cui fu segretario dal 1947 al 1963. E' considerato il massimo sostenitore dell'ideale europeista nell'Italia del dopoguerra.  Nel 1983 scrisse il "trattato di Unione europea" poi fatto proprio dall'Unione Europea.  Repertorio: Autobiografia di Altiero Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, il Mulino, 1999 e Il Manifesto di Ventotene, ed. Istituto Studi Federalisti A. Spinelli, 1991. 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Le partigiane Ora e Veglia furono l'anima del Battaglione Giorgio Gherlenda, un distaccamento della Brigata garibaldina "Antonio Gramsci", che operò a partire dall'estate del 1944 tra Veneto e Trentino. L'impegno di Clorinda Menguzzato durò dal luglio all'ottobre del 1944, mantenendo i collegamenti con le formazioni partigiane che operavano nel Trentino. Fu fatta prigioniera l'8 ottobre 1944 durante un vasto rastrellamento che i tedeschi avevano organizzato dopo che i combattenti della "Gherlanda" avevano espugnato la caserma di Castel Tesino, catturando fascisti ed alcuni ufficiali tedeschi. Fu sottoposta a sevizie atroci, torturata dal capitano SS Karl Julius Hegenbart e dai suoi assistenti perché rivelasse le basi della Resistenza. Venne fucilata perché si rifiutò di tradire i suoi compagni. Anche Ancilla Marighetto fu catturata dagli uomini del Corpo di sicurezza trentino guidato da Karl Julius Hegenbart, seviziata e torturata e infine uccisa con un colpo alla testa il 19 febbraio 1945 perché si rifiutò di parlare. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=5o681N2MpPpPlusseUb9wFZToep6QeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ancilla Marighetto (Castello Tesino, 27 gennaio 1927 – Col del Toc, 1945) e Clorinda Menguzzato (Castello Tesino, 15 ottobre 1924 – Castello Tesino, 10 ottobre 1944)</itunes:title><itunes:summary>Ancilla Marighetto (Ora) e Clorinda Menguzzato (Veglia) sono le più giovani donne decorate tra le diciannove Medaglie d'oro al valor militare femminili della Resistenza italiana.  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Nell'ottobre del 1943 per procurarsi un'arma (i suoi compagni dei GAP gliela negavano, perché preferivano riservare alle donne funzioni di appoggio), non trova di meglio che rubare la pistola a un milite della Gnr, che si trovava vicino a lei in un autobus superaffollato. Nella primavera del 1944 è tra gli organizzatori e gli esecutori dell'azione gappista di via Rasella contro un contingente dell'esercito tedesco occupante. L'azione fu poi presa dai nazisti a pretesto per la feroce strage delle Fosse Ardeatine. Riconosciuta partigiana combattente con il grado di capitano, è stata decorata di Medaglia d'Oro al valore militare per aver partecipato, si legge tra l'altro nella motivazione, "alle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo di avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia abitata della città di Roma". Più volte parlamentare del PCI, membro della Commissione Giustizia nei primi anni settanta, ha fatto parte sino alla morte del Comitato di presidenza dell'ANPI. Poco prima della scomparsa di Carla Capponi, "il Saggiatore" ha pubblicato un suo volume autobiografico sull'attività dei GAP a Roma. Si intitola "Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista".</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=W56d4LSQssSlashLNbaMiZSXKJVQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Carla Capponi (Roma, 7 dicembre 1918 – Zagarolo, 24 novembre 2000)</itunes:title><itunes:summary>Studentessa di Legge, subito dopo l'8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza romana, divenendo presto vice comandante di una formazione operante a Roma e in provincia. Nell'ottobre del 1943 per procurarsi un'arma (i suoi compagni dei GAP gliela negavano, perché preferivano riservare alle donne funzioni di appoggio), non trova di meglio che rubare la pistola a un milite della Gnr, che si trovava vicino a lei in un autobus superaffollato. Nella primavera del 1944 è tra gli organizzatori e gli esecutori dell'azione gappista di via Rasella contro un contingente dell'esercito tedesco occupante. L'azione fu poi presa dai nazisti a pretesto per la feroce strage delle Fosse Ardeatine. Riconosciuta partigiana combattente con il grado di capitano, è stata decorata di Medaglia d'Oro al valore militare per aver partecipato, si legge tra l'altro nella motivazione, "alle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo di avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia abitata della città di Roma". Più volte parlamentare del PCI, membro della Commissione Giustizia nei primi anni settanta, ha fatto parte sino alla morte del Comitato di presidenza dell'ANPI. Poco prima della scomparsa di Carla Capponi, "il Saggiatore" ha pubblicato un suo volume autobiografico sull'attività dei GAP a Roma. Si intitola "Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista".</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:50</itunes:duration></item><item><title>Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891 - Roma, 1 gennaio 1980)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-d63ec83b-747b-45ca-a1c4-8a94476093b2</guid><pubDate>Sat, 22 Mar 2025 13:50:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2025/03/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-22032025-d63ec83b-747b-45ca-a1c4-8a94476093b2.html</link><description>Pietro Nenni nasce a Faenza da una famiglia di mezzadri. Studia da autodidatta e inizialmente aderisce al partito repubblicano. Nel 1911 conosce Benito Mussolini con cui condivide  la battaglia contro la guerra contro l'impero ottomano per conquistare la Libia e i due vengono arrestati insieme e diventano amici. Partecipa come volontario alla Prima guerra mondiale. Aderisce inizialmente al nascente movimento fascista ma se ne allontana quasi subito e aderisce nel 1921 al partito socialista. Brillante giornalista, durante il ventennio fascista diventa uno dei massimi dirigenti del socialismo e dell'antifascismo italiano e internazionale; durante la Liberazione, assume cariche di governo guidando in prima persona la battaglia a favore della Repubblica. Dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria, si avvicina a Saragat proponendo e ottenendo la temporanea riunificazione tra le due diverse anime del socialismo italiano e, dopo ver intrapreso la via dell'autonomismo, giunge a collaborare con la DC di Fanfani e Moro, con il PSDI di Saragat e il PRI di La Malfa nei governi di centrosinistra. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=pPpPlussIrj2TZLMMwzEbEk0ol2IgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891 - Roma, 1 gennaio 1980)</itunes:title><itunes:summary>Pietro Nenni nasce a Faenza da una famiglia di mezzadri. Studia da autodidatta e inizialmente aderisce al partito repubblicano. Nel 1911 conosce Benito Mussolini con cui condivide  la battaglia contro la guerra contro l'impero ottomano per conquistare la Libia e i due vengono arrestati insieme e diventano amici. Partecipa come volontario alla Prima guerra mondiale. Aderisce inizialmente al nascente movimento fascista ma se ne allontana quasi subito e aderisce nel 1921 al partito socialista. Brillante giornalista, durante il ventennio fascista diventa uno dei massimi dirigenti del socialismo e dell'antifascismo italiano e internazionale; durante la Liberazione, assume cariche di governo guidando in prima persona la battaglia a favore della Repubblica. Dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria, si avvicina a Saragat proponendo e ottenendo la temporanea riunificazione tra le due diverse anime del socialismo italiano e, dopo ver intrapreso la via dell'autonomismo, giunge a collaborare con la DC di Fanfani e Moro, con il PSDI di Saragat e il PRI di La Malfa nei governi di centrosinistra. 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Dopo l'armistizio, Massimo prende parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza romana. Costituitosi il Comitato studentesco di agitazione, Gizzio ne diviene uno dei dirigenti con Carlo Lizzani e Vincenzo Lapiccirella. Quando il Comitato proclamò, per il 29 gennaio 1944, uno sciopero generale di protesta in tutte le scuole di Roma, Gizzio fu alla testa di un gruppo di studenti del "Dante Alighieri", che si diresse verso piazza della Libertà, scandendo slogan contro gli invasori tedeschi e i fascisti. I manifestanti furono presi di mira da una squadra di fascisti in borghese, che facevano parte del gruppo "Onore e combattimento". Uno di questi, Massimo Uffreduzzi, che si vantò anche dell'"atto eroico", abbatté con una rivoltellata alla schiena Massimo Gizzio. Il ragazzo fu trasportato all'ospedale "Santo Spirito", ma vi morì dopo tre giorni di agonia. All'indomani della Liberazione, la Corte d'assise di Napoli fu chiamata a giudicare, quali autori identificati dell'uccisione di Gizzio, i fascisti Massimo Uffreduzzi, Sergio Bertolani, Carlo Alberto Guida e Giorgio De Michele. Furono tutti assolti, compreso l'esecutore materiale dell'omicidio, perché, come si scrisse nella motivazione della sentenza, "anche lui è uno studente, travolto dal clima arroventato della guerra". Sul luogo dove Gizzio cadde, in via Cesi 72, è stata collocata una lapide che ne ricorda il sacrificio. Portano il nome dello studente anche una scuola media e un circolo culturale. In questi anni la figura di Massimo Gizzio non è stata dimenticata, anche in virtù dell'impegno della sorella Marisa, insegnante. Con Lorenzo Teodonio.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=G10s2jrV2zTCAsspPpPlussfBHfqweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Massimo Gizzio  (Napoli 1 agosto 1925 – Roma 1 febbraio 1944)</itunes:title><itunes:summary>Ex allievo dei Licei "Tasso" e "Regina Elena", agli inizi del 1943 il ragazzo, che frequentava il secondo anno di Giurisprudenza all'Università di Roma, era diventato un militante del PCI clandestino. Nel maggio dello stesso anno era stato deferito al Tribunale speciale, ma dopo il 25 luglio 1943 torna in libertà. Dopo l'armistizio, Massimo prende parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza romana. Costituitosi il Comitato studentesco di agitazione, Gizzio ne diviene uno dei dirigenti con Carlo Lizzani e Vincenzo Lapiccirella. Quando il Comitato proclamò, per il 29 gennaio 1944, uno sciopero generale di protesta in tutte le scuole di Roma, Gizzio fu alla testa di un gruppo di studenti del "Dante Alighieri", che si diresse verso piazza della Libertà, scandendo slogan contro gli invasori tedeschi e i fascisti. I manifestanti furono presi di mira da una squadra di fascisti in borghese, che facevano parte del gruppo "Onore e combattimento". Uno di questi, Massimo Uffreduzzi, che si vantò anche dell'"atto eroico", abbatté con una rivoltellata alla schiena Massimo Gizzio. Il ragazzo fu trasportato all'ospedale "Santo Spirito", ma vi morì dopo tre giorni di agonia. All'indomani della Liberazione, la Corte d'assise di Napoli fu chiamata a giudicare, quali autori identificati dell'uccisione di Gizzio, i fascisti Massimo Uffreduzzi, Sergio Bertolani, Carlo Alberto Guida e Giorgio De Michele. 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Nel 1930 è a Milano dove milita nei gruppi clandestini dell'antifascismo meneghino. in seguito partecipa attivamente alla lotta partigiana e viene catturata dai tedeschi riuscendo però ad evadere. Dopo la liberazione  è una delle 21 donne elette all'Assemblea Costituente e nel 1948 è la prima donna a essere eletta al Senato della Repubblica. Il suo nome è legato alla legge 20 febbraio 1958, n. 75 - conosciuta come Legge Merlin - con cui venne abolita la regolamentazione della prostituzione in Italia. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=xWOSop6WozC6RF9a18qQKQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Lina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979)</itunes:title><itunes:summary>Inizia la militanza antifascista nel 1919 e si iscrive al Partito Socialista dove collabora con Giacomo Matteotti a cui riferisce nei dettagli le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano che saranno alla base del suo discorso che gli costerà la vita nel 1924. Nel 1925 viene condannata a 5 anni di confino in Sardegna. Nel 1930 è a Milano dove milita nei gruppi clandestini dell'antifascismo meneghino. in seguito partecipa attivamente alla lotta partigiana e viene catturata dai tedeschi riuscendo però ad evadere. Dopo la liberazione  è una delle 21 donne elette all'Assemblea Costituente e nel 1948 è la prima donna a essere eletta al Senato della Repubblica. 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Già al liceo, per il suo atteggiamento sprezzante verso il regime, fu più volte interrogata in Questura. Con l'occupazione tedesca la situazione della famiglia Terradura si complicò: quando i fascisti dell'OVRA tentarono di catturare nuovamente il padre Gustavo, facendo irruzione nel Palazzo dei Duchi di Urbino dove l'avvocato viveva con la sua famiglia, fu Walkiria a salvarlo in modo quasi rocambolesco. Quando i nazifascisti se ne tornarono nelle loro caserme dopo otto ore di inutili ricerche, padre e figlia scapparono sui Monti del Burano e si aggregarono alle nascenti formazioni partigiane della zona, e precisamente al gruppo del comandante Samuele Panichi. Walkiria per la sua determinazione e coraggio fu nominata - dai suoi stessi compagni - a capo di una squadra che prese poi il nome di Settebello e si distinse in numerose azioni che alla fine della guerra le valsero la medaglia d'argento al valore e la nomina a sottotenente. Otto furono i mandati di cattura che i nazifascisti spiccarono contro la giovane donna che si era specializzata nel minare e far saltare i ponti insieme e sotto la guida di Valentino Guerra - già geniere del dissolto esercito italiano - per contrastare l'avanzata prima e la ritirata poi dell'esercito tedesco. Nei loro rastrellamenti i nazifascisti giravano con la fotografia di Walkiria, ma non riuscirono mai a catturarla. Durante la guerra conobbe un capitano dell'OSS (Office Strategic Service) con il quale si sposò trasferendosi in America. Dopo un anno e mezzo a causa del maccartismo Walkiria decise di tornare in Italia, dove i suoi racconti continuarono a testimoniare ciò che di grande e glorioso fu la Resistenza e i suoi valori irrinunciabili. Con Lorenzo Teodonio</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=VsD3XNs5hkyHNpANlq0FcweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Walchiria Terradura (Gubbio, 9 gennaio 1924 – Roma, 5 luglio 2023)</itunes:title><itunes:summary>Dal padre Gustavo, avvocato del Foro perugino, che era finito in carcere per le sue idee chiaramente antifasciste, e liberato soltanto dopo la caduta di Mussolini, aveva imparato a odiare la dittatura. Già al liceo, per il suo atteggiamento sprezzante verso il regime, fu più volte interrogata in Questura. Con l'occupazione tedesca la situazione della famiglia Terradura si complicò: quando i fascisti dell'OVRA tentarono di catturare nuovamente il padre Gustavo, facendo irruzione nel Palazzo dei Duchi di Urbino dove l'avvocato viveva con la sua famiglia, fu Walkiria a salvarlo in modo quasi rocambolesco. 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Nel 1942, fu tra i fondatori a Torino del Partito d'Azione. Successivamente all'8 settembre 1943 si trasferì  a Torre Pellice diventando un comandante della Resistenza in Piemonte, sfuggendo ai tentativi di arresto e svolse un'importante opera di organizzazione dei gruppi partigiani. Tra il 14 marzo 1944 e l'8 giugno 1945 fu Commissario Politico del comando regionale Giustizia e Libertà, in principio con Duccio Galimberti, poi dopo l'uccisione di Duccio, con Dante Livio Bianco, e mantenne questo incarico fino alla Liberazione. Venne nominato dal CLN piemontese questore di Torino il 28 Aprile 1945, incarico che mantenne fino al 28 febbraio 1948, quando, ultimo rimasto tra i questori "politici", rassegnò le dimissioni per dedicarsi a un'intensa opera di organizzazione politico-culturale, diretta a promuovere la memoria e la storia della Resistenza. Dal 1961 ricoprì la carica di vicepresidente del Centro Studi Piero Gobetti. Nel 1972 venne nominato presidente del Museo nazionale del Risorgimento e nel 1974vdivenne presidente dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, che dal 2004 è a lui intitolato. Con Chiara Colombini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=oB6aTHbIk61b4TLS8Vf6zgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giorgio Agosti (Torino 17 ottobre 1910 – Torino 20 maggio 1992)</itunes:title><itunes:summary>Antifascista torinese fin dalla giovinezza, nel 1931 si laurea in giurisprudenza e nel 1932 inizia l'attività di magistrato parallelamente alla sua militanza in Giustizia e Libertà diffondendo la stampa clandestina tra Parigi e Torino. Prese parte alla Resistenza italiana, di cui divenne esponente di spicco, opponendosi in ogni modo all'occupazione nazifascista, sia militarmente che civilmente. Nel 1942, fu tra i fondatori a Torino del Partito d'Azione. 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Nato a Genova in una famiglia di umili origini, riesce a studiare e partecipa alla seconda guerra mondiale nel 25 Reggimento Fanteria della divisione Bergamo di stanza in Dalmazia. Dopo l'8 settembre 1943, dopo un primo momento di smarrimento, si unisce ai partigiani combattendo prima in Valle Grana poi nelle Valli di Lanzo e infine, dal maggio 1944, in Val d'Aosta e poi a Torino. Il 9 agosto 1944 viene arrestato ma non tradisce i suoi compagni. Viene poi rilasciato, in cambio di altri ostaggi. Il 30 dicembre 1944 viene arrestato nuovamente a Milano e ricondotto a Torino dove il 22 gennaio 1945 viene fucilato dai fascisti.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=CExGnbetTJqOpPpPlussMPyfssSlash3TzgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Pedro Ferreira (Genova 3 agosto 1921 - Torino 23 gennaio 1945)</itunes:title><itunes:summary>Medaglia d'oro della Resistenza italiana, quando viene fucilato dai nazifascisti non ha ancora compiuto 24 anni. Nato a Genova in una famiglia di umili origini, riesce a studiare e partecipa alla seconda guerra mondiale nel 25 Reggimento Fanteria della divisione Bergamo di stanza in Dalmazia. Dopo l'8 settembre 1943, dopo un primo momento di smarrimento, si unisce ai partigiani combattendo prima in Valle Grana poi nelle Valli di Lanzo e infine, dal maggio 1944, in Val d'Aosta e poi a Torino. Il 9 agosto 1944 viene arrestato ma non tradisce i suoi compagni. 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Fondatore del Partito Sardo d'Azione e del movimento Giustizia e Libertà. Antifascista, fu aggredito, ferito e poi confinato a Lipari; infine, una volta evaso, fu profugo all'estero per circa quattordici anni durante i quali partecipò alla guerra civile spagnola. Rientrato con la moglie Joyce nel 1943 partecipa attivamente alla Resistenza antifascista ed antinazista italiana. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=IUCGkbQshfvIzDZMCSSRNweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Emilio Lussu (Armungia 4 dicembre 1890 – Roma 5 marzo 1975)</itunes:title><itunes:summary>Emilio Lussu è stato uno scrittore, ufficiale durante la prima guerra mondiale, socialista e gran sostenitore dell'autonomismo sardo. Eletto più volte al Parlamento e due volte ministro. Fondatore del Partito Sardo d'Azione e del movimento Giustizia e Libertà. Antifascista, fu aggredito, ferito e poi confinato a Lipari; infine, una volta evaso, fu profugo all'estero per circa quattordici anni durante i quali partecipò alla guerra civile spagnola. Rientrato con la moglie Joyce nel 1943 partecipa attivamente alla Resistenza antifascista ed antinazista italiana. 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Gramsci" e "Carlo Pisacane", con il nome di battaglia "Giovanni", operando nella IV Zona di Roma. In questo ruolo partecipò, nella Capitale, a numerose azioni, tra cui quelle di via Rasella e al carcere di Regina Coeli. Dopo la liberazione di Roma, si fece paracadutare al Nord. Col nome di battaglia di "Dino" operò in Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte, come ufficiale di collegamento dell'OSS, il servizio segreto americano. È stato decorato con tre medaglie d'argento al valor militare e tre croci di guerra al merito, e con la medaglia della Special Force (GB) e la medaglia Donovan dell'OSS (Usa). Autodidatta, nel dopoguerra ha iniziato, sostenuto dalla moglie (Lucia Ottobrini, un'antifascista conosciuta durante la clandestinità), gli studi liceali e poi quelli universitari. Fiorentini è così diventato docente di Geometria superiore all'Università di Ferrara. I suoi studi di matematica sono stati ripresi e approfonditi in tutto il mondo ed hanno fatto dell'ex gappista un matematico di fama internazionale. Con Lorenzo Teodonio</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=DqgQqtnimUCDw8ssSlashXwP3R3weeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Mario Fiorentini (Roma 7 novembre 1918 - Roma 9 agosto 2022)</itunes:title><itunes:summary>Era ancora studente delle Commerciali quando aveva cominciato a svolgere attività clandestina in "Giustizia e Libertà" e nel Partito comunista. Dopo il 25 luglio del '43, diede vita, con altri antifascisti romani, alla formazione "Arditi del Popolo". Il 9 settembre Fiorentini prese parte ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo e nell'ottobre del '43 formò e diresse i Gap centrali "A. Gramsci" e "Carlo Pisacane", con il nome di battaglia "Giovanni", operando nella IV Zona di Roma. In questo ruolo partecipò, nella Capitale, a numerose azioni, tra cui quelle di via Rasella e al carcere di Regina Coeli. Dopo la liberazione di Roma, si fece paracadutare al Nord. Col nome di battaglia di "Dino" operò in Liguria, Emilia, Lombardia e Piemonte, come ufficiale di collegamento dell'OSS, il servizio segreto americano. È stato decorato con tre medaglie d'argento al valor militare e tre croci di guerra al merito, e con la medaglia della Special Force (GB) e la medaglia Donovan dell'OSS (Usa). Autodidatta, nel dopoguerra ha iniziato, sostenuto dalla moglie (Lucia Ottobrini, un'antifascista conosciuta durante la clandestinità), gli studi liceali e poi quelli universitari. Fiorentini è così diventato docente di Geometria superiore all'Università di Ferrara. I suoi studi di matematica sono stati ripresi e approfonditi in tutto il mondo ed hanno fatto dell'ex gappista un matematico di fama internazionale. 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Proprio la Commissione femminile svolse un ruolo di primo piano nella preparazione degli scioperi a Firenze nel marzo del 1944. Dopo il successo degli scioperi aderisce ai GAP partecipando a tante azioni di lotta clandestina. Insieme al compagno Cesare Massai, che diventerà suo marito, si trasferisce a Pisa per proseguire la lotta partigiana e così non partecipano alla liberazione di Firenze. Dopo la guerra la Massai per più di vent'anni divenne un'attivissima dirigente sindacale.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=Ok2mas6gywygpsF0hRqTWAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Elsa Becheri Massai (Firenze 22 agosto 1915- 2002)</itunes:title><itunes:summary>E' stata un'antifascista, partigiana e sindacalista fiorentina. Figlia di una famiglia di ferrovieri antifascisti. 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Riesce a fuggire grazie all'intervento di alcuni partigiani; terminata la guerra, si iscrive al Partito Comunista Italiano e collabora con l'associazione "Italia-Urss" Nel 1968 passa a "Rinascita" e, dal 1972 in poi, si avvicina a Lotta Continua. Con Barbara Berruti.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=CGNl3BWlYfNHYNO8gMqkdweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Lisa Giua (Torino 1 gennaio 1923 - Roma 4 marzo 2005)</itunes:title><itunes:summary>Dopo aver frequentato il Liceo "Massimo D'Azeglio" di Torino, si iscrive all'Università. Allo scoppio della  seconda guerra mondiale, è costretta ad interrompere gli studi. Dopo l'8 settembre 1943 prende parte alla lotta di liberazione trasportando armi e stampa; nell'estate del 1944 viene catturata a Milano dalla Banda Koch. Riesce a fuggire grazie all'intervento di alcuni partigiani; terminata la guerra, si iscrive al Partito Comunista Italiano e collabora con l'associazione "Italia-Urss" Nel 1968 passa a "Rinascita" e, dal 1972 in poi, si avvicina a Lotta Continua. 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Nel 1934 quando la famiglia si trasferisce nel podere di Campirossi, tra Gattico e Campegine, la loro casa diventa un ritrovo per chi ha idee antifasciste. Il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta del Regime Fascista, la famiglia organizza e offre un pranzo a base di pasta a tutto il paese per festeggiare. Dopo l'8 settembre i fratelli salgono in montagna e animano una delle prime bande partigiane della zona, poi tornano a casa dove vengono arrestati la sera del 25 novembre 1943 dalla Guardia Nazionale Repubblicana. Vengono portati via insieme al padre - Alcide - e il loro compagno Quarto Camurri e rimangono in carcere fino alla mattina del 28 dicembre fino a quando vengono fucilati per rappresaglia nei confronti dell'attentato mortale contro Davide Onfiani, un funzionario comunale fascista di Bagnolo, un paese vicino.  Con Mirco Zanoni</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=J7YA9OppPpPlussDqPLbBuej2raTgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>I sette fratelli Cervi (Campegine 1901, 1921- Reggio Emilia 28 dicembre 1943)</itunes:title><itunes:summary>Nati a Campegine, in provincia di Reggio Emilia, tra il i 1901 al 1921, i sette fratelli Cervi - Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore - muoiono tutti insieme fucilati per rappresaglia dai fascisti il 28 dicembre 1943. La loro scelta antifascista avviene in tempi e modalità diverse. Nel 1934 quando la famiglia si trasferisce nel podere di Campirossi, tra Gattico e Campegine, la loro casa diventa un ritrovo per chi ha idee antifasciste. Il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta del Regime Fascista, la famiglia organizza e offre un pranzo a base di pasta a tutto il paese per festeggiare. Dopo l'8 settembre i fratelli salgono in montagna e animano una delle prime bande partigiane della zona, poi tornano a casa dove vengono arrestati la sera del 25 novembre 1943 dalla Guardia Nazionale Repubblicana. Vengono portati via insieme al padre - Alcide - e il loro compagno Quarto Camurri e rimangono in carcere fino alla mattina del 28 dicembre fino a quando vengono fucilati per rappresaglia nei confronti dell'attentato mortale contro Davide Onfiani, un funzionario comunale fascista di Bagnolo, un paese vicino.  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Passato in Val Pellice, assunse il comando delle bande di "Giustizia e Libertà" che si erano costituite nella zona. Agli inizi del 1944 gli fu affidato il compito di riorganizzare le squadre cittadine torinesi di "GL" e fu poi tra gli organizzatori dei grandi scioperi di Torino del mese di marzo. Quando, il 2 aprile, il Comitato militare del CLN regionale piemontese cadde nelle mani dei nazifascisti, Delmastro fu inviato presso le formazioni "GL" del Cuneese per tentare, con uno scambio di prigionieri, un estremo salvataggio dei compagni. Delmastro non riuscì a portare a termine la missione. Catturato ad un posto di blocco, tentò la fuga quando il camion che lo trasportava era giunto in prossimità della "Casa littoria" di Cuneo. Fu ucciso con una raffica di mitra - e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d'Azione - da un "mostruoso carnefice-bambino", com'ebbe a definire il suo assassino Primo Levi, che era stato, di Delmastro, compagno di scuola e di escursioni in montagna. Il cadavere del partigiano ucciso fu lasciato per ore sull'asfalto e fu poi portato via su un carretto della nettezza urbana. Con Roberta Mori</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=Zca8ssSlashCnNwVUrbT3DZbddRweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Sandro Delmastro (Torino 7 settembre 1917 – Cuneo 3 aprile 1944)</itunes:title><itunes:summary>Dopo essersi laureato in Chimica, era entrato come allievo ufficiale all'Accademia navale di Livorno e, nel 1942, fu destinato all'Arsenale di La Spezia. Qui, subito dopo la caduta del fascismo, cominciò a organizzare le difese contro i tedeschi. Dopo l'armistizio, Delmastro raggiunse il Piemonte e si unì ai primi gruppi di partigiani della Valle di Lanzo. Passato in Val Pellice, assunse il comando delle bande di "Giustizia e Libertà" che si erano costituite nella zona. Agli inizi del 1944 gli fu affidato il compito di riorganizzare le squadre cittadine torinesi di "GL" e fu poi tra gli organizzatori dei grandi scioperi di Torino del mese di marzo. Quando, il 2 aprile, il Comitato militare del CLN regionale piemontese cadde nelle mani dei nazifascisti, Delmastro fu inviato presso le formazioni "GL" del Cuneese per tentare, con uno scambio di prigionieri, un estremo salvataggio dei compagni. Delmastro non riuscì a portare a termine la missione. Catturato ad un posto di blocco, tentò la fuga quando il camion che lo trasportava era giunto in prossimità della "Casa littoria" di Cuneo. Fu ucciso con una raffica di mitra - e divenne così il primo Caduto del Comando militare piemontese del Partito d'Azione - da un "mostruoso carnefice-bambino", com'ebbe a definire il suo assassino Primo Levi, che era stato, di Delmastro, compagno di scuola e di escursioni in montagna. Il cadavere del partigiano ucciso fu lasciato per ore sull'asfalto e fu poi portato via su un carretto della nettezza urbana. 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Prima di diventare un partigiano, fu un pugile di successo e partecipò alle guerre in Etiopia e Albania nell'esercito italiano, ricevendo riconoscimenti per il suo coraggio così come punizioni e richiami per i suoi atti di insubordinazione. Dopo l'8 settembre, nell'autunno 1943 Lanciotto si recò sul Monte Morello, ove organizzò e diresse una delle prime formazioni partigiane che si costituirono in Toscana. Questa formazione comprendeva non solo partigiani italiani ma anche altri provenienti da tutta l'Europa. Il 3 gennaio 1944 la Formazione d'assalto Garibaldi "Lupi Neri" si trovava presso Case di Valibona, sui monti della Calvana, quando fu aggredita da due colonne di repubblichini   e carabinieri. Lanciotto affrontò con determinazione l'avversario, dando modo di sganciarsi al grosso dei compagni e infliggendo grosse perdite agli attaccanti, cadendo infine eroicamente lanciando granate contro il nemico. Con Sergio Giuntini.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=zNeLA9K8MSweVk8N72IvOweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Lanciotto Ballerini (Campi Bisenzio 15 agosto 1911 – Calenzano 3 gennaio 1944)</itunes:title><itunes:summary>Lanciotto Ballerini fu un partigiano italiano. Nato a Campi Bisenzio e morto eroicamente nella battaglia di Valibona durante la Resistenza toscana al principio del 1944. Prima di diventare un partigiano, fu un pugile di successo e partecipò alle guerre in Etiopia e Albania nell'esercito italiano, ricevendo riconoscimenti per il suo coraggio così come punizioni e richiami per i suoi atti di insubordinazione. Dopo l'8 settembre, nell'autunno 1943 Lanciotto si recò sul Monte Morello, ove organizzò e diresse una delle prime formazioni partigiane che si costituirono in Toscana. Questa formazione comprendeva non solo partigiani italiani ma anche altri provenienti da tutta l'Europa. Il 3 gennaio 1944 la Formazione d'assalto Garibaldi "Lupi Neri" si trovava presso Case di Valibona, sui monti della Calvana, quando fu aggredita da due colonne di repubblichini   e carabinieri. Lanciotto affrontò con determinazione l'avversario, dando modo di sganciarsi al grosso dei compagni e infliggendo grosse perdite agli attaccanti, cadendo infine eroicamente lanciando granate contro il nemico. 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L'approdo di Brera alla Resistenza non fu rettilineo ma uno zigzagare assai pericoloso con molte curve e inversioni a U. E in tutto simile a quello di tanti giovani italiani cresciuti negli anni del fascismo, dalla cui influenza si liberarono per gradi e secondo prese di coscienza individuali estremamente complesse e travagliate.  Dopo l'8 settembre 1943 e il caos determinato dall'armistizio badogliano, anch'egli infatti fu tra quei militari che seguirono l'istinto del "tutti a casa" e tornato a Pavia si fece tentare dalle sirene del giornalismo. Quando il segretario fascista pavese, Angelo Musselli, gli propose la direzione del trisettimanale "Popolo Repubblicano".  La sua direzione durò solo 4 numeri, quelli del 18, 20, 23, 25 marzo 1944, sufficienti però a farlo considerare troppo morbido dai "repubblichini" più oltranzisti e un nemico dagli antifascisti locali. Dimessosi dall'incarico, la consapevolezza di quell'imperdonabile errore lo indusse a ricercare una sorta di gesto catartico col quale emendarsi da una simile leggerezza tramutatasi in senso di colpa. E ciò, il 16 giugno 1944, lo indusse a varcare il confine tra Saltrio e Arzo entrando clandestinamente nella Confederazione Elvetica.  Relegato nel campo d'internamento ticinese di Balerna, strinse amicizia con alcuni esiliati politici italiani d'estrazione comunista che lo convinsero a riscattarsi rientrando in Italia per unirsi alla Resistenza ossolana. A partire dal settembre 1944, l'esperienza partigiana di Brera (aiutante maggiore della 83a Brigata Garibaldi "Luigi Comoli, che per nome di battaglia adottò il familiare e antieroico "Gianni") fu intensa.  La II Divisione Garibaldi "Redi" affidò proprio a lui (tra il maggio e il giugno 1945) il compito di riordinare le carte e redigere il Diario storico divisionale, dal quale traspare in modo nitido l'impronta inconfondibile della sua prosa.  il partigiano "Gianni" fu anche tra gli estensori del piano con cui la Resistenza, distruggendo nella notte tra il 21 e il 22 aprile 1945 degli ingenti quantitativi di tritolo fatti affluire a Varzo, salvò le centrali idroelettriche ossolane e il tratto finale della ferrovia del Traforo del Sempione  che i tedeschi intendevano far saltare per coprirsi la ritirata.  Il Diario storico della II Divisione Garibaldi "Redi" termina alla data del 7 giugno 1945, ossia all'atto della consegna dell'armamento partigiano agli Alleati. Cessate le ostilità il partito comunista gli offrì la direzione di un giornale politico a Novara, ma egli preferì iniziare a collaborare a "La Gazzetta dello Sport". Il quotidiano sportivo milanese sulle cui colonne, il 18 agosto 1945, firmò il suo primo articolo. Documenti: S. Giuntini, Il partigiano Gianni. Gianni Brera, l'Ossola e il Diario storico della II Divisione Garibaldi "Redi", Mergozzo, Sedizioni, 2015. Con Sergio Giuntini</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=5lSFLoqJbssSlashMchHlx0ZmZNAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Gianni Brera (San Zenone al Po 8 settembre 1919 - Codogno 19 dicembre 1992)</itunes:title><itunes:summary>Gianni Brera nacque a San Zenone Po, in provincia di Pavia e trascorse la sua infanzia e prima adolescenza in quella bassa padana che avrebbe rappresentato una specie di luogo mitico e ancestrale, tra il bucolico e l'avventuroso, celebrato in larga parte della sua produzione giornalistica e letteraria.  L'approdo di Brera alla Resistenza non fu rettilineo ma uno zigzagare assai pericoloso con molte curve e inversioni a U. E in tutto simile a quello di tanti giovani italiani cresciuti negli anni del fascismo, dalla cui influenza si liberarono per gradi e secondo prese di coscienza individuali estremamente complesse e travagliate.  Dopo l'8 settembre 1943 e il caos determinato dall'armistizio badogliano, anch'egli infatti fu tra quei militari che seguirono l'istinto del "tutti a casa" e tornato a Pavia si fece tentare dalle sirene del giornalismo. Quando il segretario fascista pavese, Angelo Musselli, gli propose la direzione del trisettimanale "Popolo Repubblicano".  La sua direzione durò solo 4 numeri, quelli del 18, 20, 23, 25 marzo 1944, sufficienti però a farlo considerare troppo morbido dai "repubblichini" più oltranzisti e un nemico dagli antifascisti locali. Dimessosi dall'incarico, la consapevolezza di quell'imperdonabile errore lo indusse a ricercare una sorta di gesto catartico col quale emendarsi da una simile leggerezza tramutatasi in senso di colpa. E ciò, il 16 giugno 1944, lo indusse a varcare il confine tra Saltrio e Arzo entrando clandestinamente nella Confederazione Elvetica.  Relegato nel campo d'internamento ticinese di Balerna, strinse amicizia con alcuni esiliati politici italiani d'estrazione comunista che lo convinsero a riscattarsi rientrando in Italia per unirsi alla Resistenza ossolana. A partire dal settembre 1944, l'esperienza partigiana di Brera (aiutante maggiore della 83a Brigata Garibaldi "Luigi Comoli, che per nome di battaglia adottò il familiare e antieroico "Gianni") fu intensa.  La II Divisione Garibaldi "Redi" affidò proprio a lui (tra il maggio e il giugno 1945) il compito di riordinare le carte e redigere il Diario storico divisionale, dal quale traspare in modo nitido l'impronta inconfondibile della sua prosa.  il partigiano "Gianni" fu anche tra gli estensori del piano con cui la Resistenza, distruggendo nella notte tra il 21 e il 22 aprile 1945 degli ingenti quantitativi di tritolo fatti affluire a Varzo, salvò le centrali idroelettriche ossolane e il tratto finale della ferrovia del Traforo del Sempione  che i tedeschi intendevano far saltare per coprirsi la ritirata.  Il Diario storico della II Divisione Garibaldi "Redi" termina alla data del 7 giugno 1945, ossia all'atto della consegna dell'armamento partigiano agli Alleati. Cessate le ostilità il partito comunista gli offrì la direzione di un giornale politico a Novara, ma egli preferì iniziare a collaborare a "La Gazzetta dello Sport". Il quotidiano sportivo milanese sulle cui colonne, il 18 agosto 1945, firmò il suo primo articolo. Documenti: S. Giuntini, Il partigiano Gianni. Gianni Brera, l'Ossola e il Diario storico della II Divisione Garibaldi "Redi", Mergozzo, Sedizioni, 2015. Con Sergio Giuntini</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2024/06/25/1719335976912_Patria%20e%20Libert-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:13:50</itunes:duration></item><item><title>Luigi Longo (Fubine 15 marzo 1900 - Roma 16 ottobre 1980)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-431f2bd3-ea4e-4f02-9fdf-d5634c5ee582</guid><pubDate>Sat, 20 Sep 2025 14:05:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2025/09/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-20092025-431f2bd3-ea4e-4f02-9fdf-d5634c5ee582.html</link><description>Noto anche con lo pseudonimo di Gallo, Luigi Longo è stato un antifascista negli anni trenta, partigiano dopo l'8 settembre '43 e poi, nel dopoguerra, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1964 al 1972. Negli anni trenta partecipò alla guerra di Spagna come principale dirigente delle Brigate Internazionali. Molto legato al segretario Palmiro Togliatti e all'Unione Sovietica di Stalin, durante la seconda guerra mondiale fu il capo politico - militare delle formazioni partigiane comuniste della Resistenza italiana. Dopo la guerra condivise la linea politica di Palmiro Togliatti e gli successe come segretario politico del PCI. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=FpxrxgVgbg7gvnw7PNzBtQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Luigi Longo (Fubine 15 marzo 1900 - Roma 16 ottobre 1980)</itunes:title><itunes:summary>Noto anche con lo pseudonimo di Gallo, Luigi Longo è stato un antifascista negli anni trenta, partigiano dopo l'8 settembre '43 e poi, nel dopoguerra, segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1964 al 1972. Negli anni trenta partecipò alla guerra di Spagna come principale dirigente delle Brigate Internazionali. 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Processata e condannata dalle SS a tre anni di carcere duro da scontarsi in Germania, passa una notte nel Lager di Dachau il 24 aprile 1944 prima di essere trasferita in vari penitenziari. Sarà liberata dal carcere di Frauen Zuchthaus di Aichach (Alta Baviera) dalle truppe americane il 29 aprile 1945. E' stata a a lungo Presidente della sezione romana dell'ANED,  Associazione Nazionale Ex Deportati Nei Campi Nazisti. Con Stefania Ficacci</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=BrbmXLj4XbrtpPpPlussWkssSlasha7MRtweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Vera Michelin Salomon raccontata da Stefania Ficacci</itunes:title><itunes:summary>Studentessa, antifascista, arrestata a Roma il 14 febbraio 1944 per la sua attività di propaganda tra i giovani contro il fascismo e contro l'occupazione nazista, fu incarcerata in via Tasso e poi nel carcere di Regina Coeli. 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Dopo l'8 settembre si trovava a Torino e decise di entrare nella Resistenza italiana: divenne comandante nelle brigate Garibaldi con il nome di battaglia di Max il giornalista. Diventato capo di stato maggiore della I Divisione Garibaldi, prese parte alla liberazione di Torino e nel capoluogo piemontese riprende la professione di giornalista a l'Unità. Dopo la Liberazione, si dedicò con passione al giornalismo, lavorando per la RAI e contribuendo alla costruzione di un'informazione libera e democratica. Rendina fu anche autore di numerosi libri e saggi sulla Resistenza, la storia contemporanea e la memoria del Novecento. Il suo impegno civile non si esaurì con la fine della guerra: fu presidente dell'ANPI di Roma (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia), e si batté fino all'ultimo per difendere i valori della Costituzione e della democrazia. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=UUUqcysHqYuX5T7bm41grAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Massimo Rendina (Venezia 4 gennaio 1920 - Roma 8 febbraio 2015)</itunes:title><itunes:summary>Giornalista, scrittore e partigiano italiano, noto per il suo impegno nella Resistenza e per la sua attività nel campo della comunicazione e della memoria storica. Nato a Roma, visse in prima persona gli anni bui del fascismo e della guerra, scegliendo di unirsi alla lotta partigiana contro l'occupazione nazista e il regime collaborazionista della Repubblica Sociale Italiana. Dopo l'8 settembre si trovava a Torino e decise di entrare nella Resistenza italiana: divenne comandante nelle brigate Garibaldi con il nome di battaglia di Max il giornalista. Diventato capo di stato maggiore della I Divisione Garibaldi, prese parte alla liberazione di Torino e nel capoluogo piemontese riprende la professione di giornalista a l'Unità. Dopo la Liberazione, si dedicò con passione al giornalismo, lavorando per la RAI e contribuendo alla costruzione di un'informazione libera e democratica. Rendina fu anche autore di numerosi libri e saggi sulla Resistenza, la storia contemporanea e la memoria del Novecento. Il suo impegno civile non si esaurì con la fine della guerra: fu presidente dell'ANPI di Roma (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia), e si batté fino all'ultimo per difendere i valori della Costituzione e della democrazia. 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Dopo una breve esperienza di insegnamento all'estero, rientra a Firenze quando cade Mussolini il 25 luglio 1943. Partecipa alla Resistenza in Toscana aderendo al Partito socialista. Alle elezioni del 2 giugno 1946, Bianca Bianchi viene eletta all'Assemblea Costituente raccogliendo più del doppio dei consensi del capolista Sandro Pertini. Alla Costituente interviene soprattutto sui problemi della scuola ed è decisivo il suo apporto per gli articoli sulla scuola nella Costituzione. Nel gennaio del 1947 segue il gruppo di Saragat e da vita al nuovo partito socialdemocratico. Dopo diversi incarichi politici, dagli anni settanta si dedica a scrivere libri soprattutto a carattere autobiografico. Con Stefania Ficacci</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=65zSsoQ3fZ0OW7ssSlashBUssSlashEKoAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Bianca Bianchi  (Vicchio 31 luglio 1914 - Firenze 9 luglio 2000)</itunes:title><itunes:summary>Bianca Bianchi è stata un'insegnante e una politica italiana, una delle 21 donne elette nell'Assemblea Costituente. Nata a Vicchio, in provincia di Firenze, dopo la laurea insegna a Genova, Bolzaneto e Cremona dove incontra difficoltà e ostacoli crescenti fino a perdere il lavoro per divergenze coi superiori per  il suo modo indipendente di condurre le lezioni. Dopo una breve esperienza di insegnamento all'estero, rientra a Firenze quando cade Mussolini il 25 luglio 1943. Partecipa alla Resistenza in Toscana aderendo al Partito socialista. 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A causa della repressione fascista, la coppia fu costretta all'esilio: prima in Belgio, poi in Lussemburgo e infine in Francia.  Durante questo periodo nacquero i loro figli, Angela e Ferrero. Adele, oltre a occuparsi della famiglia, lavorò come sarta e operaia, ma soprattutto intensificò la sua militanza antifascista, diventando corriere e propagandista per il PCI clandestino. Nel 1933, durante una missione in Italia, fu arrestata a Roma e condannata dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a 18 anni di carcere. Scontò otto anni tra le Mantellate e il carcere di Perugia, seguiti da due anni di confino a Ventotene, dove conobbe altri importanti antifascisti come Giuseppe Di Vittorio e Sandro Pertini. Liberata nel 1943, partecipò attivamente alla Resistenza, organizzando gruppi femminili e promuovendo azioni contro l'occupazione nazista.  Dopo la guerra, fu designata dalla CGIL alla Consulta Nazionale, il primo organo parlamentare provvisorio, e fu tra le 21 Madri Costituenti dell'Italia repubblicana. Nel dopoguerra, Adele Bei fu senatrice e deputata per il Partito Comunista Italiano, impegnandosi in particolare nella difesa dei diritti delle lavoratrici, nella promozione della parità di genere e nella lotta contro lo sfruttamento. Fu anche dirigente dell'UDI (Unione Donne Italiane) e segretaria del sindacato delle tabacchine. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=7Emqf0W8FGOBJI1ssSlashVab2dAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Adele Bei (Cantiano 4 maggio 1904 - Roma 15 ottobre 1976)</itunes:title><itunes:summary>Adele Bei, fin da giovane sviluppò una profonda coscienza sociale e politica, influenzata dal contesto familiare fortemente politicizzato. 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Liberata nel 1943, partecipò attivamente alla Resistenza, organizzando gruppi femminili e promuovendo azioni contro l'occupazione nazista.  Dopo la guerra, fu designata dalla CGIL alla Consulta Nazionale, il primo organo parlamentare provvisorio, e fu tra le 21 Madri Costituenti dell'Italia repubblicana. Nel dopoguerra, Adele Bei fu senatrice e deputata per il Partito Comunista Italiano, impegnandosi in particolare nella difesa dei diritti delle lavoratrici, nella promozione della parità di genere e nella lotta contro lo sfruttamento. Fu anche dirigente dell'UDI (Unione Donne Italiane) e segretaria del sindacato delle tabacchine. 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A vent'anni era stato condannato a otto mesi di reclusione e ad una multa per detenzione e trasporto di armi nel processo agli anarchici di Genova, dopo l'arresto avvenuto l'anno precedente, il 24 marzo 1921, con l'accusa di aver partecipato, con altri 30 uomini, all'attentato dimostrativo contro la condanna alla detenzione di Errico Malatesta e Armando Borghi. Sorvegliato politico durante il regime fascista, venne arrestato nel 1925 a Milano per aver partecipato ad una riunione anarchica. Nel 1928 si trasferì a Milano e, qualche anno dopo, giunse a Roma. Dopo l'8 settembre entrò nelle file del partito comunista e per questo arrestato a dicembre del 1943, detenuto a Regina Coeli e poi, inspiegabilmente rilasciato il 20 gennaio 1944. Entrato nelle formazioni del partito comunista dell'8a Zona, venne nominato capogruppo del 6° gap di Tor Pignattara. Il 4 marzo 1944 fece parte del gruppo che uccise il commissario di polizia Armando Stampacchia. Il 14 marzo, insieme ai compagni Paolo Angelini e Valerio Fiorentini, venne arrestato dalla Gestapo mentre si stava recando presso l'abitazione di un ufficiale italiano al servizio della polizia nazista e responsabile di numerosi arresti nell'8a Zona, per eliminarlo. Venne fucilato alle Fosse Ardeatine. Con Stefania Ficacci</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=eQz5zE8iHxnDW4ssSlashkXo1XdAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Carlo Camisotti (Corbola 11 maggio 1902 - Fosse Ardeatine 24 marzo 1944)</itunes:title><itunes:summary>Carlo Settimio Camisotti è stato un anarchico e sorvegliato politico. 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Impiegata come operaia ceramista alla Ceramica Marazzi fu la prima ad organizzare uno sciopero contro i razionamenti e per un'adeguata alimentazione, arringando le donne dal balcone del Podestà.  Era il 1941 e per questa sua azione scampò all'arresto da parte dei fascisti  ma venne licenziata. Dopo l'8 settembre 1943, partecipò alla Resistenza prima come staffetta e poi salì in montagna dove sostituì il fratello Giuseppe, ferito gravemente in combattimento nel marzo 1944. Norma lo sostituì guidando al suo posto la formazione partigiana "Ciro Menotti". Fu responsabile dell'organizzazione ospedaliera di una Divisione e prese parte alla seconda battaglia di Montefiorino (estate 1944). Medaglia d'argento al valor militare , nel dopoguerra fu la prima donna consigliera comunale nella Sassuolo liberata. Fu molto attiva per anni sia come funzionaria sindacale sia nell'Unione Donne Italiane (UDI) e nell'ANPI. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=Oc9NkJn23S8y3k68aP2flgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Norma Barbolini (Sassuolo 3 marzo 1922 - Modena 14 aprile 1993)</itunes:title><itunes:summary>Norma Barbolini nacque a Sassuolo da una famiglia operaia e antifascista.  Impiegata come operaia ceramista alla Ceramica Marazzi fu la prima ad organizzare uno sciopero contro i razionamenti e per un'adeguata alimentazione, arringando le donne dal balcone del Podestà.  Era il 1941 e per questa sua azione scampò all'arresto da parte dei fascisti  ma venne licenziata. Dopo l'8 settembre 1943, partecipò alla Resistenza prima come staffetta e poi salì in montagna dove sostituì il fratello Giuseppe, ferito gravemente in combattimento nel marzo 1944. Norma lo sostituì guidando al suo posto la formazione partigiana "Ciro Menotti". Fu responsabile dell'organizzazione ospedaliera di una Divisione e prese parte alla seconda battaglia di Montefiorino (estate 1944). Medaglia d'argento al valor militare , nel dopoguerra fu la prima donna consigliera comunale nella Sassuolo liberata. Fu molto attiva per anni sia come funzionaria sindacale sia nell'Unione Donne Italiane (UDI) e nell'ANPI. 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Operò nei quartieri di Tor Pignattara, Centocelle, Quadraro e Villa Gordiani, zone strategiche lungo la via Casilina e Tuscolana, a diretto contatto con i fronti di guerra di Montecassino e Anzio. La sua azione più nota fu la partecipazione all'eliminazione del commissario di polizia Armando Stampacchia, collaboratore dei nazisti e responsabile della repressione nel Quadraro. Questa operazione, voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale, rappresentò un punto di svolta nella Resistenza romana, proteggendo la popolazione civile e i movimenti antifascisti. Dopo l'attentato, Scifoni visse mesi drammatici: con una taglia sulla testa, si rifugiò sul Monte Tancia, dove continuò la lotta nella formazione garibaldina "Giuseppe Stalin". In seguito, fu arrestato e imprigionato a via Tasso e poi a Regina Coeli, fino alla Liberazione di Roma. Con Stefania Ficacci</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=wTnwXMlEtYFcRpPpPlussrwmyjuPAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Clemente Scifoni (Roma 17 ottobre 1925 - Roma 15 Gennaio 2021)</itunes:title><itunes:summary>Clemente Scifoni nacque a Roma il 17 ottobre 1925, nel quartiere popolare di Tor Pignattara, in una famiglia operaia e antifascista. A soli 18 anni scelse di unirsi alla Resistenza, entrando nei Gap (Gruppi di Azione Patriottica) dell'VIII Zona del Partito Comunista Italiano. Operò nei quartieri di Tor Pignattara, Centocelle, Quadraro e Villa Gordiani, zone strategiche lungo la via Casilina e Tuscolana, a diretto contatto con i fronti di guerra di Montecassino e Anzio. La sua azione più nota fu la partecipazione all'eliminazione del commissario di polizia Armando Stampacchia, collaboratore dei nazisti e responsabile della repressione nel Quadraro. Questa operazione, voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale, rappresentò un punto di svolta nella Resistenza romana, proteggendo la popolazione civile e i movimenti antifascisti. Dopo l'attentato, Scifoni visse mesi drammatici: con una taglia sulla testa, si rifugiò sul Monte Tancia, dove continuò la lotta nella formazione garibaldina "Giuseppe Stalin". In seguito, fu arrestato e imprigionato a via Tasso e poi a Regina Coeli, fino alla Liberazione di Roma. Con Stefania Ficacci</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2025/09/01/1756723493418_Patria%20e%20liberta-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:14:30</itunes:duration></item><item><title>Remo Scappini (Empoli 1 febbraio 1908 – Empoli 15 giugno 1994)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-1975c4cf-baef-4b17-b107-c779be5ab8fc</guid><pubDate>Sat, 15 Nov 2025 13:49:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2025/11/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-15112025-1975c4cf-baef-4b17-b107-c779be5ab8fc.html</link><description>Remo Scappini cominciò a lavorare a dieci anni come garzone in una bottega di biciclette. Nato in una famiglia di antifascisti Remo cominciò l'attività politica raccogliendo fondi a sostegno dei detenuti. Nel 1926 entrò nel Partito comunista con l'incarico di vice responsabile regionale per la Toscana. Ricercato dalla polizia, Scappini fuggì nel 1930 a Parigi. Nel 1933 era già, clandestinamente, in Italia ad organizzare le lotte operaie e antifasciste. Arrestato a Faenza, Scappini fu condannato a ventitré anni di reclusione. Ne scontò oltre nove, gran parte dei quali nel carcere di Civitavecchia, dal quale uscì per l'amnistia del 1942. Arruolato nell'Esercito, Scappini diserta pochi mesi dopo e, ripresi i contatti col Centro interno del Partito comunista, è mandato a Torino a dirigere l'organizzazione comunista del Piemonte. Vi resta sino all'ottobre del 1943, quando passa a Milano e nel novembre '43 si sposta a Genova, dove nel giugno 1944 è nominato responsabile del Triumvirato insurrezionale per la Liguria. Scappini dirige l'organizzazione dei patrioti che si battono contro i nazifascisti, nonostante i numerosi arresti che coinvolgono anche la moglie, Rina Chiarini e svolge un ruolo di primo piano nella condotta della guerra di liberazione nella regione, che si concluse, il 25 aprile del 1945, con la firma dell'atto di resa ai partigiani italiani del generale tedesco Gunther Meinhold e dei suoi 30.000 soldati. Nel dopoguerra Scappini ricoprì importanti incarichi nel PCI. Deputato e poi senatore per tre legislature, finché è vissuto, ha dato un importante contributo all'attività dell'ANPI, dell'ANED, dell'ANCR e dell'ANPPIA, svolgendo anche,  una vasta attività pubblicistica.  I testi, così come oltre 1.500 volumi della sua biblioteca, atti parlamentari, documenti di partito, sono ora raccolti, ad Empoli, nel "Centro di documentazione dell'antifascismo e della Resistenza", intitolato a Remo e Rina Scappini. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=WmHzdEl9jx02fEYc39CkBQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Remo Scappini (Empoli 1 febbraio 1908 – Empoli 15 giugno 1994)</itunes:title><itunes:summary>Remo Scappini cominciò a lavorare a dieci anni come garzone in una bottega di biciclette. Nato in una famiglia di antifascisti Remo cominciò l'attività politica raccogliendo fondi a sostegno dei detenuti. Nel 1926 entrò nel Partito comunista con l'incarico di vice responsabile regionale per la Toscana. Ricercato dalla polizia, Scappini fuggì nel 1930 a Parigi. Nel 1933 era già, clandestinamente, in Italia ad organizzare le lotte operaie e antifasciste. Arrestato a Faenza, Scappini fu condannato a ventitré anni di reclusione. Ne scontò oltre nove, gran parte dei quali nel carcere di Civitavecchia, dal quale uscì per l'amnistia del 1942. Arruolato nell'Esercito, Scappini diserta pochi mesi dopo e, ripresi i contatti col Centro interno del Partito comunista, è mandato a Torino a dirigere l'organizzazione comunista del Piemonte. Vi resta sino all'ottobre del 1943, quando passa a Milano e nel novembre '43 si sposta a Genova, dove nel giugno 1944 è nominato responsabile del Triumvirato insurrezionale per la Liguria. Scappini dirige l'organizzazione dei patrioti che si battono contro i nazifascisti, nonostante i numerosi arresti che coinvolgono anche la moglie, Rina Chiarini e svolge un ruolo di primo piano nella condotta della guerra di liberazione nella regione, che si concluse, il 25 aprile del 1945, con la firma dell'atto di resa ai partigiani italiani del generale tedesco Gunther Meinhold e dei suoi 30.000 soldati. Nel dopoguerra Scappini ricoprì importanti incarichi nel PCI. 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Nel 1942 fu arrestata dalla polizia fascista a Bergamo e condannata al confino a Sant'Angelo in Vado, da cui venne liberata dopo il 25 luglio 1943. Dopo la liberazione, si rifugiò in Svizzera, dove  collaborò alla redazione di riviste clandestine come "Fronte della gioventù per l'indipendenza e la libertà" e "L'Italia Libera". Tornata a Milano nel dicembre 1944, entrò nella redazione clandestina de "l'Unità" e divenne responsabile della Commissione Stampa e Propaganda della Direzione Alta Italia del PCI.  Nel 1946 venne eletta tra le 21 donne della Costituente, con il gruppo comunista. Difese con forza la parità morale e civile tra coniugi, l'eguaglianza nel lavoro e per l'accesso delle donne alla Magistratura. Successivamente è stata eletta alla Camera dei Deputati per tre legislature consecutive (dal 1948 al 1963), sempre con il PCI. Fu tra le organizzatrici dei Treni della felicità,  un'iniziativa solidaristica promossa dal PCI nel secondo dopoguerra, che vide, tra il 1945 e il 1947, oltre 70.000 bambini del Mezzogiorno, e in particolare per quelli provenienti dalle zone del cassinate devastate dalla guerra,  ospitati da famiglie dell'alta Italia, ricevendo cibo e cure. Si batté Si batté, inoltre, per il riconoscimento delle vittime di stupri di guerra nel Lazio meridionale. Nel dopoguerra ha ricoperto vari incarichi: è stata presidente nazionale dell'Unione Donne Italiane (UDI) dal 1947 al 1956 e tra il 1957 e il 1967 vicepresidente della Federazione Democratica Internazionale Femminile. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=kNCIZkFbb4D3NjyZVIBzGQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Maria Maddalena Rossi (Codevilla 29 settembre 1906 - Milano 19 settembre 1995)</itunes:title><itunes:summary>Nata a Codevilla (Pavia) il 29 settembre 1906. Si è laureata in chimica presso l'Università di Pavia nel 1930. Dalla metà degli anni '30, ha aderito al Partito Comunista d'Italia in clandestinità, dedicandosi in particolare al Soccorso Rosso, organizzazione di supporto politico-sociale ai perseguitati dal regime fascista. Nel 1942 fu arrestata dalla polizia fascista a Bergamo e condannata al confino a Sant'Angelo in Vado, da cui venne liberata dopo il 25 luglio 1943. Dopo la liberazione, si rifugiò in Svizzera, dove  collaborò alla redazione di riviste clandestine come "Fronte della gioventù per l'indipendenza e la libertà" e "L'Italia Libera". Tornata a Milano nel dicembre 1944, entrò nella redazione clandestina de "l'Unità" e divenne responsabile della Commissione Stampa e Propaganda della Direzione Alta Italia del PCI.  Nel 1946 venne eletta tra le 21 donne della Costituente, con il gruppo comunista. Difese con forza la parità morale e civile tra coniugi, l'eguaglianza nel lavoro e per l'accesso delle donne alla Magistratura. Successivamente è stata eletta alla Camera dei Deputati per tre legislature consecutive (dal 1948 al 1963), sempre con il PCI. Fu tra le organizzatrici dei Treni della felicità,  un'iniziativa solidaristica promossa dal PCI nel secondo dopoguerra, che vide, tra il 1945 e il 1947, oltre 70.000 bambini del Mezzogiorno, e in particolare per quelli provenienti dalle zone del cassinate devastate dalla guerra,  ospitati da famiglie dell'alta Italia, ricevendo cibo e cure. Si batté Si batté, inoltre, per il riconoscimento delle vittime di stupri di guerra nel Lazio meridionale. 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Dopo l'infanzia trascorsa a Napoli, rientrò a Roma con la famiglia e sudiò al liceo Mamiani dove conobbe Marisa Musu cominciò ad interessarsi di politica. Nel 1941 entrò in contatto con Antonello Trombadori e si iscrisse al PCI. Dopo l'8 settembre 1943 partecipò agli scontri a Porta San Paolo per la difesa di Roma. Entrata nei GAP, insieme a Carla Capponi, vi conobbe il suo futuro marito: Franco Calamandrei. Partecipò alle azioni di guerriglia urbana del 19 dicembre 1943 contro il comando tedesco all'Hotel Flora in Via Veneto e il 24 gennaio 1944 alla Stazione Termini dove uccise tre soldati tedeschi. Dopo queste azioni fu promossa tenente. Successivamente  fu arrestata a casa di Gioacchino Gesmundo e trattenuta a Via Tasso dove fu interrogata ma poi rilasciata. Dopo la liberazione di Roma sposò Franco Calamandei e fu insignita della medaglia d'argento al valor militare per la sua partecipazione alla Resistenza. Nel dopoguerra divenne giornalista e corrispondente per l'Unita' dal Tibet e la Cina. Con Davide Conti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=yBk4hIguI5U77VpSk15lsQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Maria Teresa Regard (Roma 16 febbraio 1924 - Roma 21 febbraio 2000)</itunes:title><itunes:summary>Maria Teresa Regard nasce a Roma da famiglia ginevrina. Dopo l'infanzia trascorsa a Napoli, rientrò a Roma con la famiglia e sudiò al liceo Mamiani dove conobbe Marisa Musu cominciò ad interessarsi di politica. Nel 1941 entrò in contatto con Antonello Trombadori e si iscrisse al PCI. Dopo l'8 settembre 1943 partecipò agli scontri a Porta San Paolo per la difesa di Roma. Entrata nei GAP, insieme a Carla Capponi, vi conobbe il suo futuro marito: Franco Calamandrei. Partecipò alle azioni di guerriglia urbana del 19 dicembre 1943 contro il comando tedesco all'Hotel Flora in Via Veneto e il 24 gennaio 1944 alla Stazione Termini dove uccise tre soldati tedeschi. Dopo queste azioni fu promossa tenente. Successivamente  fu arrestata a casa di Gioacchino Gesmundo e trattenuta a Via Tasso dove fu interrogata ma poi rilasciata. Dopo la liberazione di Roma sposò Franco Calamandei e fu insignita della medaglia d'argento al valor militare per la sua partecipazione alla Resistenza. Nel dopoguerra divenne giornalista e corrispondente per l'Unita' dal Tibet e la Cina. 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Nel gennaio 1941 si arruolò volontario come sottotenente nella Divisione Tridentina, partecipando alla tragica campagna di Russia  Rientrato in Italia, a soli 27 anni divenne rettore del prestigioso Collegio Ghislieri di Pavia nel 1943. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, si rifiutò di collaborare con i nazifascisti. Arrestato e deportato in Austria, riuscì a evadere e a raggiungere Brescia dove si unì alle Fiamme Verdi. Fondò il giornale clandestino Il Ribelle, diventandone anima intellettuale e spirituale: nel marzo 1944 scrisse la celebre Preghiera del ribelle per amore, un appello alla "rivolta morale" contro oppressione e ingiustizia. Catturato a Milano il 27 aprile 1944, fu internato nei lager di Fossoli, Bolzano, Flossenbürg e infine Hersbruck. In prigionia, dedicò le sue energie all'assistenza dei compagni, durante un'aggressione ad un altro detenuto, prese su di sé un calcio al ventre inferto da una guardia. Le ferite furono fatali, e spirò il 17 gennaio 1945. Per la sua testimonianza cristiana vissuta come impegno civile e sacrificio supremo, fu insignito, postumo, della Medaglia d'oro al valor militare e della Medaglia d'oro della Resistenza. La Chiesa cattolica lo ha riconosciuto come martire della carità: beatificato da Papa Francesco a Vigevano il 3 febbraio 2018.  Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=IJHhMos38BZma0V29xpPpPluss6tgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Teresio  Olivelli (Bellagio, 7 gennaio 1916 – Hersbruck, 17 gennaio 1945)</itunes:title><itunes:summary>Avvocato, intellettuale e figura esemplare della Resistenza italiana. Laureatosi in giurisprudenza a Pavia nel 1938, iniziò la carriera come assistente universitario a Torino, collaborando inizialmente con istituzioni fasciste, spinto dall'idea di "cristianizzare" il regime. Tuttavia i suoi viaggi in Germania lo portarono a scorgere l'orrore del nazismo e a distaccarsene gradualmente. Nel gennaio 1941 si arruolò volontario come sottotenente nella Divisione Tridentina, partecipando alla tragica campagna di Russia  Rientrato in Italia, a soli 27 anni divenne rettore del prestigioso Collegio Ghislieri di Pavia nel 1943. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, si rifiutò di collaborare con i nazifascisti. Arrestato e deportato in Austria, riuscì a evadere e a raggiungere Brescia dove si unì alle Fiamme Verdi. Fondò il giornale clandestino Il Ribelle, diventandone anima intellettuale e spirituale: nel marzo 1944 scrisse la celebre Preghiera del ribelle per amore, un appello alla "rivolta morale" contro oppressione e ingiustizia. Catturato a Milano il 27 aprile 1944, fu internato nei lager di Fossoli, Bolzano, Flossenbürg e infine Hersbruck. In prigionia, dedicò le sue energie all'assistenza dei compagni, durante un'aggressione ad un altro detenuto, prese su di sé un calcio al ventre inferto da una guardia. Le ferite furono fatali, e spirò il 17 gennaio 1945. Per la sua testimonianza cristiana vissuta come impegno civile e sacrificio supremo, fu insignito, postumo, della Medaglia d'oro al valor militare e della Medaglia d'oro della Resistenza. La Chiesa cattolica lo ha riconosciuto come martire della carità: beatificato da Papa Francesco a Vigevano il 3 febbraio 2018.  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Queste le tappe della sua carriera militare: 1935, addetto allo Stato Maggiore; 1936, comandante di un battaglione del Genio telegrafisti inviato in appoggio dei franchisti in Spagna; 1940 è chiamato a far parte del Comando Supremo; giugno 1943 con il grado di colonnello assume il comando dell'11° Reparto Genio motorizzato; 27 luglio 1943, dirige la segreteria del maresciallo Badoglio, divenuto capo del governo al posto di Mussolini; 8 settembre 1943, il generale Calvi di Bergolo lo incarica di dirigere l'Ufficio affari civili di Roma. Due settimane dopo il colonnello Montezemolo è già in clandestinità, sotto il nome di ing. Giacomo Cateratto. Per quattro mesi organizza l'attività militare clandestina di colleghi ufficiali, tiene contatti con esponenti del Comitato di liberazione nazionale centrale di Roma, con il governo Badoglio e con il Comando Alleato. I nazifascisti lo cercano dappertutto; mettono su Montezemolo una grossa taglia e riescono ad arrestarlo grazie a una delazione. Montezemolo viene portato al comando della polizia tedesca di via Tasso e torturato, ma non parla. Gli vengono strappati ad uno ad uno i denti; poi i carnefici passano alle unghie dei piedi. Nella motivazione della ricompensa al valore è scritto che l'alto ufficiale, "sottoposto alle più inumane torture, manteneva l'assoluto segreto, salvando così l'organizzazione e la vita ai propri collaboratori". Dopo due mesi in via Tasso viene trucidato alle Fosse Ardeatine. Con Mario Avagliano.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=IqgNOEQv9Gd7WB6ssSlashFNxssSlashpweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (Roma 26 maggio 1901 – Roma 24 marzo 1944)</itunes:title><itunes:summary>Discendente da una famiglia dell'aristocrazia piemontese, seguì la tradizione militare di famiglia e, non ancora diciottenne, si arruolò volontario nella guerra 1915-18. 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Partecipò alla lotta antifascista del CLN di Reggio Emilia da "partigiano disarmato" con il nome di battaglia "Benigno" in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Dopo aver combattuto in pianura si trasferì in montagna dove il 1 aprile 1945 si troverà ad essere coinvolto nello scontro di Ca' Marastoni in cui furono uccisi molti partigiani, oggi celebrato come sacrario. Dopo la Liberazione Dossetti fu membro della Consulta nazionale. Il 12 luglio 1945 venne eletto vicesegretario della Democrazia Cristiana ma ben presto entrò in contrasto con la linea di de Gasperi che considerava troppo tattico e troppo schiacciato sulle posizioni anticomuniste del Papa e degli Americani. Il 2 giugno 1946 Dossetti venne eletto all'Assemblea Costituente nella lista democratico- cristiana e fu l'esponente di maggior spicco del gruppo poi detto "dei professorini"  che all'interno dell'Assemblea rappresentarono una componente fondamentale per l'elaborazione del testo costituzionale. Eletto nel 1948 alla camera, nel 1952 si sarebbe dimesso perché in contrasto con la linea di De Gasperi. Nel 1959 diventò sacerdote e si impegnò fortemente nel Concilio Vaticano II. Nel 1972 si trasferì con alcuni confratelli a Gerico nei territori occupati dall'esercito israeliano. Nel 1994, Dossetti, ormai ottantenne, rispose alla vittoria di Silvio Berlusconi animando dei comitati impegnati nella difesa dei valori fondamentali della nostra Costituzione. Con Benedetta Tobagi.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=YAw7zlV8WBZsQngriY5MTgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giuseppe Dossetti (Genova 13 febbraio 1913 – Monteveglio 15 dicembre 1996)</itunes:title><itunes:summary>Nasce a Genova ma cresce tra Cavriago e Reggio Emilia dove si forma politicamente e culturalmente. Negli anni Quaranta, accanto all'impegno universitario come docente di diritto canonico e di diritto ecclesiastico, grande fu l'impegno di Dossetti nella Resistenza dopo la caduta del Regime fascista. Partecipò alla lotta antifascista del CLN di Reggio Emilia da "partigiano disarmato" con il nome di battaglia "Benigno" in rappresentanza della Democrazia Cristiana. Dopo aver combattuto in pianura si trasferì in montagna dove il 1 aprile 1945 si troverà ad essere coinvolto nello scontro di Ca' Marastoni in cui furono uccisi molti partigiani, oggi celebrato come sacrario. Dopo la Liberazione Dossetti fu membro della Consulta nazionale. Il 12 luglio 1945 venne eletto vicesegretario della Democrazia Cristiana ma ben presto entrò in contrasto con la linea di de Gasperi che considerava troppo tattico e troppo schiacciato sulle posizioni anticomuniste del Papa e degli Americani. Il 2 giugno 1946 Dossetti venne eletto all'Assemblea Costituente nella lista democratico- cristiana e fu l'esponente di maggior spicco del gruppo poi detto "dei professorini"  che all'interno dell'Assemblea rappresentarono una componente fondamentale per l'elaborazione del testo costituzionale. Eletto nel 1948 alla camera, nel 1952 si sarebbe dimesso perché in contrasto con la linea di De Gasperi. Nel 1959 diventò sacerdote e si impegnò fortemente nel Concilio Vaticano II. Nel 1972 si trasferì con alcuni confratelli a Gerico nei territori occupati dall'esercito israeliano. Nel 1994, Dossetti, ormai ottantenne, rispose alla vittoria di Silvio Berlusconi animando dei comitati impegnati nella difesa dei valori fondamentali della nostra Costituzione. Con Benedetta Tobagi.</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2025/09/01/1756723493418_Patria%20e%20liberta-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:15:10</itunes:duration></item><item><title>Laura Bianchini  (Castenedolo 23 agosto 1903 - Roma 27 settembre 1983)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-a7a02617-022e-4cdd-8c18-c4fd8c8b4a3c</guid><pubDate>Sat, 17 Jan 2026 18:47:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2026/01/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-17012026-a7a02617-022e-4cdd-8c18-c4fd8c8b4a3c.html</link><description>Insegnante, cattolica, antifascista, Laura Bianchini è molto attiva nella Resistenza bresciana e milanese. Ospita in casa propria le prime riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale di Brescia e vi installa anche una piccola tipografia che redige il giornale «Brescia libera», il primo foglio della Resistenza bresciana. In un articolo intitolato "Ai nostri professori", pubblicato sul giornale esorta gli insegnanti a non aderire alla Repubblica di Salò. Sospettata dalla polizia è costretta a cercare rifugio a Milano dove riceve l'incarico di coordinare la stampa clandestina. Dal 1944 è attiva nelle brigate partigiane «Fiamme Verdi» e dell'esecutivo del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) per la Democrazia cristiana, incaricata di organizzare i primi gruppi femminili. Membro del consiglio nazionale della Democrazia cristiana e del comitato nazionale del movimento femminile di Azione cattolica. Presidente della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) femminile di Brescia e delle laureate cattoliche. Nel 1945 entra a far parte della Consulta nazionale ed è segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti. Diventa redattrice del giornale cattolico «Il Ribelle», sul quale si firma con gli pseudonimi di Penelope, Don Chisciotte e Battista. Si dedica alla organizzazione dei soccorsi ai detenuti politici del carcere di San Vittore e all'assistenza alle famiglie ebree ricercate dai nazifascisti, favorendo la loro fuga in Svizzera.  Partecipa ai gruppi di discussione e di elaborazione degli intellettuali cattolici raccolti attorno a Giuseppe Dossetti. È tra gli ideatori dell'Ente nazionale per le scuole italiane di servizio sociale. Vicedirettrice della rivista «Scuola e Vita». Rieletta nel 1948 entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla. Nel 1953 si ritira dalla vita parlamentare e riprende l'insegnamento. Con Mario Avagliano</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=EOJokOCcpTniEVRtSDWbZAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Laura Bianchini  (Castenedolo 23 agosto 1903 - Roma 27 settembre 1983)</itunes:title><itunes:summary>Insegnante, cattolica, antifascista, Laura Bianchini è molto attiva nella Resistenza bresciana e milanese. Ospita in casa propria le prime riunioni del Comitato di Liberazione Nazionale di Brescia e vi installa anche una piccola tipografia che redige il giornale «Brescia libera», il primo foglio della Resistenza bresciana. In un articolo intitolato "Ai nostri professori", pubblicato sul giornale esorta gli insegnanti a non aderire alla Repubblica di Salò. Sospettata dalla polizia è costretta a cercare rifugio a Milano dove riceve l'incarico di coordinare la stampa clandestina. Dal 1944 è attiva nelle brigate partigiane «Fiamme Verdi» e dell'esecutivo del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) per la Democrazia cristiana, incaricata di organizzare i primi gruppi femminili. Membro del consiglio nazionale della Democrazia cristiana e del comitato nazionale del movimento femminile di Azione cattolica. Presidente della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) femminile di Brescia e delle laureate cattoliche. Nel 1945 entra a far parte della Consulta nazionale ed è segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti. Diventa redattrice del giornale cattolico «Il Ribelle», sul quale si firma con gli pseudonimi di Penelope, Don Chisciotte e Battista. Si dedica alla organizzazione dei soccorsi ai detenuti politici del carcere di San Vittore e all'assistenza alle famiglie ebree ricercate dai nazifascisti, favorendo la loro fuga in Svizzera.  Partecipa ai gruppi di discussione e di elaborazione degli intellettuali cattolici raccolti attorno a Giuseppe Dossetti. È tra gli ideatori dell'Ente nazionale per le scuole italiane di servizio sociale. Vicedirettrice della rivista «Scuola e Vita». Rieletta nel 1948 entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla. Nel 1953 si ritira dalla vita parlamentare e riprende l'insegnamento. 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In questo periodo conobbe il filosofo Guido Calogero, che divenne poi suo marito e compagno di vita sia sul piano intellettuale che su quello politico.  Durante gli anni del fascismo,  fu attiva opponendosi apertamente al regime. Anche quando Guido venne arrestato e confinato a Scanno nel 1942, Maria continuò la sua attività militante nel Partito D'Azione: si batté per il diritto di voto delle donne e per il riconoscimento del ruolo svolto da queste ultime nella Resistenza. Nel 1946/47 ebbe un ruolo decisivo anche fondando, insieme al marito, il Centro educazione professionale per assistenti sociali (CEPAS), uno dei primi e più importanti istituti italiani per la formazione degli assistenti sociali. Il CEPAS divenne un punto di riferimento per l'elaborazione teorica e metodologica della professione, accogliendo e formando generazioni di operatori.  Uno dei suoi insegnamenti più originali è quello della "piccola inchiesta non trasferibile", un metodo d'indagine sociale dal basso, accessibile a chiunque e radicato nell'osservazione concreta della realtà quotidiana. Uno strumento etico e politico insieme: conoscere per comprendere e comprendere per agire, sempre a favore di chi ha meno voce e meno potere.  Figura schiva e lontana dai riflettori, ma profondamente influente,  contribuì in modo determinante all'affermazione del servizio sociale come disciplina autonoma e come motore di giustizia sociale nel dopoguerra italiano. Con Benedetta Tobagi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=bssSlashssSlashpPpPlussRWYssSlashLjjWAxazvfyUvgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Maria Calogero Comandini (Cesena 1903 - Roma 1992)</itunes:title><itunes:summary>Maria Comandini Calogero è stata una delle protagoniste più significative della storia del servizio sociale in Italia, contribuendo in modo decisivo alla definizione del suo profilo etico, culturale e professionale. Nata a Cesena nel 1903 in una famiglia borghese benestante, intraprese gli studi universitari in lettere e filosofia a Roma. In questo periodo conobbe il filosofo Guido Calogero, che divenne poi suo marito e compagno di vita sia sul piano intellettuale che su quello politico.  Durante gli anni del fascismo,  fu attiva opponendosi apertamente al regime. 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Medaglia d'argento al valor militare, Vassalli durante la Resistenza ideò e organizzò l'evasione dal carcere di Regina Coeli di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Fu prigioniero a Via Tasso dove fu interrogato e torturato fino al giorno prima della liberazione della Capitale. Fu professore universitario dal 1942 al 1990 nelle università di Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli e Roma. Quando ricoprì la carica di Ministro della Giustizia (1987-1991) ebbe un ruolo decisivo nell'introduzione del nuovo codice di procedura penale (1989).Con Mario Avagliano</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=ZE0akj76vK85iF6KU0GWMQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giuliano Vassalli (Perugia 25 aprile 1915 - Roma 21 ottobre 2009)</itunes:title><itunes:summary>E' stato un partigiano, giurista e parlamentare socialista, ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale dall'11 novembre 1999 al 13 febbraio 2000.  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Cresciuta in una famiglia profondamente cattolica, a soli quindici anni fece voto di castità e  impegno spirituale che mantenne per tutta la vita. Dopo il diploma, si laureò in Lingue e letterature straniere all'Università Ca' Foscari nel 1941, insegnando successivamente francese nelle scuole veneziane fino allo scoppio della guerra civile italiana.  L'8 settembre 1943 segnò per lei l'inizio dell'impegno antifascista: organizzò un centro di soccorso per i soldati italiani sfuggiti alla deportazione e, grazie all'incontro con Giovanni Ponti, entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale del Veneto, assumendo il ruolo di staffetta con il nome di battaglia "Giovanna" . Arrestata il 7 gennaio 1945 a Padova, fu detenuta a Palazzo Giusti e torturata dalla famigerata banda Carità per oltre un mese, senza mai rivelare informazioni. A fine febbraio venne deportata nel lager di Bolzano, dove fu costretta ai lavori forzati fino alla Liberazione. Raccontò questa esperienza nel libro La croce sulla schiena, pubblicato nel 1953, oggi considerato una testimonianza fondamentale della deportazione politica femminile italiana. Nel dopoguerra divenne una figura di primo piano nel movimento femminile della Democrazia Cristiana: fu consigliera comunale nel 1946 e deputata alla Camera dal 1953 al 1958, impegnandosi soprattutto per i diritti delle donne, l'educazione dei giovani e il rinnovamento della scuola. putata alla Camera dal 1953 al 1958, impegnandosi soprattutto per i diritti delle donne, l'educazione dei giovani e il rinnovamento della scuola. Collaborò con Tina Anselmi e contribuì al percorso legislativo che portò all'approvazione della Legge Merlin, contro la prostituzione di Stato.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=k4wb1JQHs7ul7rPpv0GxpPpPlussQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Ida D’Este (Venezia 10 febbraio 1917 – Venezia 9 agosto 1976)</itunes:title><itunes:summary>E' stata una delle figure più significative della Resistenza cattolica veneta e una protagonista del primo Parlamento repubblicano italiano. Cresciuta in una famiglia profondamente cattolica, a soli quindici anni fece voto di castità e  impegno spirituale che mantenne per tutta la vita. Dopo il diploma, si laureò in Lingue e letterature straniere all'Università Ca' Foscari nel 1941, insegnando successivamente francese nelle scuole veneziane fino allo scoppio della guerra civile italiana.  L'8 settembre 1943 segnò per lei l'inizio dell'impegno antifascista: organizzò un centro di soccorso per i soldati italiani sfuggiti alla deportazione e, grazie all'incontro con Giovanni Ponti, entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale del Veneto, assumendo il ruolo di staffetta con il nome di battaglia "Giovanna" . Arrestata il 7 gennaio 1945 a Padova, fu detenuta a Palazzo Giusti e torturata dalla famigerata banda Carità per oltre un mese, senza mai rivelare informazioni. A fine febbraio venne deportata nel lager di Bolzano, dove fu costretta ai lavori forzati fino alla Liberazione. Raccontò questa esperienza nel libro La croce sulla schiena, pubblicato nel 1953, oggi considerato una testimonianza fondamentale della deportazione politica femminile italiana. Nel dopoguerra divenne una figura di primo piano nel movimento femminile della Democrazia Cristiana: fu consigliera comunale nel 1946 e deputata alla Camera dal 1953 al 1958, impegnandosi soprattutto per i diritti delle donne, l'educazione dei giovani e il rinnovamento della scuola. putata alla Camera dal 1953 al 1958, impegnandosi soprattutto per i diritti delle donne, l'educazione dei giovani e il rinnovamento della scuola. 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Dopo l'8 settembre 1943, partecipa alla Resistenza prestando servizio di crocerossina tra le formazioni partigiane, ed in questa veste, è l'artefice delle trattative di scambio di ostaggi civili contro prigionieri tedeschi a Montegroppo di Albareto, risparmiando a diversi centri dell'Emilia e della Liguria feroci rappresaglie. La sua casa diventa sede del locale comando partigiano e rifugio per gli sfollati delle frazioni vicine. Partecipa alle attività del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia. Lavora a fianco di Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani e Aldo Moro, nell'opera di ricostruzione della DC, sulla scia dell'impostazione teorica e delle iniziative politiche di Giuseppe Dossetti. Componente della "Commissione dei 75" per la redazione del testo della Costituzione, insieme a Nilde Iotti entra a far parte della Prima Sottocommissione che si occupa dei diritti e doveri dei cittadini. In Assemblea Costituente interviene nella discussione sul potere giudiziario e, in accordo con Maria Federici e Nilde Iotti, sostiene il diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura. Viene eletta alla Camera dei Deputati nelle successive tre legislature dal 1948 al 1963. Durante l'attività parlamentare fa parte di varie Commissioni permanenti, è autrice della legge sul patronato scolastico e sostiene la legge Merlin. Nel 1966 aderisce al Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna, costituito nel 1950 da Merlin, De Unterrichter, Federici, Guidi Cingolani per sostenere l'approvazione della Legge Merlin e, in seguito, attivo per il reinserimento sociale e lavorativo delle prostitute (35300 assistite sulle 43000 avvicinate). Con Mario Avagliano</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=WuSHXSW4llS9OywLn163LAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Angela Gotelli (Albareto 28 febbraio 1905 – Albareto 21 novembre 1996)</itunes:title><itunes:summary>Iscritta alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Genova, durante il periodo universitario frequenta la FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana), dove collabora attivamente alle iniziative culturali e formative promosse dalla Federazione. Dopo l'8 settembre 1943, partecipa alla Resistenza prestando servizio di crocerossina tra le formazioni partigiane, ed in questa veste, è l'artefice delle trattative di scambio di ostaggi civili contro prigionieri tedeschi a Montegroppo di Albareto, risparmiando a diversi centri dell'Emilia e della Liguria feroci rappresaglie. La sua casa diventa sede del locale comando partigiano e rifugio per gli sfollati delle frazioni vicine. Partecipa alle attività del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia. Lavora a fianco di Giuseppe Lazzati, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani e Aldo Moro, nell'opera di ricostruzione della DC, sulla scia dell'impostazione teorica e delle iniziative politiche di Giuseppe Dossetti. Componente della "Commissione dei 75" per la redazione del testo della Costituzione, insieme a Nilde Iotti entra a far parte della Prima Sottocommissione che si occupa dei diritti e doveri dei cittadini. In Assemblea Costituente interviene nella discussione sul potere giudiziario e, in accordo con Maria Federici e Nilde Iotti, sostiene il diritto delle donne di accedere agli alti gradi della magistratura. Viene eletta alla Camera dei Deputati nelle successive tre legislature dal 1948 al 1963. Durante l'attività parlamentare fa parte di varie Commissioni permanenti, è autrice della legge sul patronato scolastico e sostiene la legge Merlin. Nel 1966 aderisce al Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna, costituito nel 1950 da Merlin, De Unterrichter, Federici, Guidi Cingolani per sostenere l'approvazione della Legge Merlin e, in seguito, attivo per il reinserimento sociale e lavorativo delle prostitute (35300 assistite sulle 43000 avvicinate). 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Durante la Resistenza collabora attivamente all'organizzazione dei Gruppi di difesa della donna. Nell'autunno del 1945 diventa segretario provinciale dell'Unione donne in Italia (Udi). Nella primavera del 1946 viene eletta al Consiglio comunale di Reggio Emilia e successivamente si iscrive al Partito Comunista italiano ed è tra le 21 donne elette all'Assemblea Costiuente  il 2 giugno 1946. Iotti eletta più volte deputata  prima e parlamentare europea poi, nel 1979 sarà la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati, incarico che eserciterà per tredici anni consecutivi, dal 1979 al 1992, il mandato più lungo della storia repubblicana italiana.  Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=iKSO4y9yabvpPpPlussOQMtoXeQKgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Nilde Iotti  (Reggio Emilia 10 aprile 1920 - Poli 4 dicembre 1999)</itunes:title><itunes:summary>Leonilde, detta Nilde, nasce a Reggio Emilia nel 1920 da una famiglia antifascita, che nonostante le difficoltà economiche dovute al licenziamento del padre per ragioni politiche, la fa studiare e laureare in Lettere e Filosofia all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nilde insegna fino al 1946 a Reggio Emilia. Durante la Resistenza collabora attivamente all'organizzazione dei Gruppi di difesa della donna. Nell'autunno del 1945 diventa segretario provinciale dell'Unione donne in Italia (Udi). Nella primavera del 1946 viene eletta al Consiglio comunale di Reggio Emilia e successivamente si iscrive al Partito Comunista italiano ed è tra le 21 donne elette all'Assemblea Costiuente  il 2 giugno 1946. Iotti eletta più volte deputata  prima e parlamentare europea poi, nel 1979 sarà la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati, incarico che eserciterà per tredici anni consecutivi, dal 1979 al 1992, il mandato più lungo della storia repubblicana italiana.  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La svolta avvenne dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943: con l'amico Benedetto "Detto" Dalmastro entrò nella lotta partigiana, operando prima in Val Grana come comandante della Decima Divisione Giustizia e Libertà, poi in Val Maira come commissario politico. La sua esperienza di combattente segnò profondamente la sua visione del mondo e il suo lavoro futuro. Dopo la guerra iniziò la carriera giornalistica, collaborando con Giustizia e Libertà, La Gazzetta del Popolo, L'Europeo e Il Giorno. Nel 1976 fu tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, diventando presto una delle sue firme più riconoscibili. Oltre al giornalismo, Bocca è autore di numerosi saggi storici e politici sulla Resistenza, sulla storia d'Italia e sui fenomeni sociali del dopoguerra. La sua scrittura, diretta e senza concessioni, ne ha fatto una voce indipendente, spesso polemica ma sempre rigorosa. Tra le opere più note figurano Una repubblica partigiana (1964) e Storia dell'Italia partigiana (1966). Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=dRzMLMEoxo8pVontPzZFEQeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giorgio Bocca (Cuneo 28 agosto 1920 - Milano 25 dicembre 2011)</itunes:title><itunes:summary>Giorgio Bocca è stato una delle figure più autorevoli del giornalismo italiano del Novecento, oltre che partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà durante la Resistenza.  Cresciuto in una famiglia di insegnanti, studiò giurisprudenza a Torino e, come molti giovani del tempo, inizialmente aderì ai GUF. La svolta avvenne dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943: con l'amico Benedetto "Detto" Dalmastro entrò nella lotta partigiana, operando prima in Val Grana come comandante della Decima Divisione Giustizia e Libertà, poi in Val Maira come commissario politico. La sua esperienza di combattente segnò profondamente la sua visione del mondo e il suo lavoro futuro. Dopo la guerra iniziò la carriera giornalistica, collaborando con Giustizia e Libertà, La Gazzetta del Popolo, L'Europeo e Il Giorno. Nel 1976 fu tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, diventando presto una delle sue firme più riconoscibili. Oltre al giornalismo, Bocca è autore di numerosi saggi storici e politici sulla Resistenza, sulla storia d'Italia e sui fenomeni sociali del dopoguerra. La sua scrittura, diretta e senza concessioni, ne ha fatto una voce indipendente, spesso polemica ma sempre rigorosa. Tra le opere più note figurano Una repubblica partigiana (1964) e Storia dell'Italia partigiana (1966). 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A Bolzano riuscì a farsi assumere all'Anagrafe del Comune, dove rimase fin dopo l'armistizio. Fu quello il momento dell'impegno totale nella Resistenza. Partecipò alla difesa della caserma di Bolzano contro i tedeschi, organizzò la fuga di militari internati dagli occupanti, procurò certificati falsi a molti soldati perché potessero sottrarsi alla cattura, poi distrusse l'archivio dell'Anagrafe. Sino al novembre del 1943 partecipò con gli antifascisti locali ad azioni di sabotaggio contro i tedeschi ma venne arrestata. In viaggio per Innsbruck, dove avrebbero dovuto processarla, riuscì a fuggire. Ricercata dalle SS, nel maggio del 1944 si unì, come infermiera, ai partigiani della 2a Brigata della Divisione "Beltrami" ma presto divenne partigiana combattente. Nell'ottobre lascia la "Beltrami". Nella Brigata partigiana "Franco Abrami" le affidano il comando di una squadra chiamata "Volante di polizia" e che presto, dal nome di battaglia di Elsa, sarà chiamata "Volante Elsinki". Nello stesso giorno, l'8 dicembre 1944, dell'uccisione del fratello Aldo, Elsa è catturata dai fascisti, che la portano in una loro caserma di Omegna. Certa che la fucileranno, decide di simulare il suicidio ingerendo un gran numero di compresse di sonnifero ed è portata in ospedale. Dopo una lavanda gastrica, con l'aiuto di una suora e di un prete, Elsa riesce a fuggire. Ritornata tra i partigiani della "Valtoce", continuerà la lotta armata sino alla Liberazione. Nel dopoguerra Elsa Oliva si è impegnata politicamente sino agli anni '70, quando fu eletta consigliere comunale di Domodossola. Il suo libro più noto è "Ragazza partigiana". Con Benedetta Tobagi.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=bCER1Ow6iGKRpKtRziDLzweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Elsa Oliva (Piedimulera 11 aprile 1921 - Domodossola 11 aprile 1994)</itunes:title><itunes:summary>Nata in una famiglia antifascista (quarta di sette fratelli e sorelle), trovatasi in particolari difficoltà quando il padre, nel 1930, aveva perso il lavoro perché non voleva iscriversi al Fascio, Elsa poté frequentare soltanto la quarta elementare e, a otto anni, fu messa "a servizio". A 14 anni con il fratello Renato si allontanò di casa. A Bolzano riuscì a farsi assumere all'Anagrafe del Comune, dove rimase fin dopo l'armistizio. Fu quello il momento dell'impegno totale nella Resistenza. Partecipò alla difesa della caserma di Bolzano contro i tedeschi, organizzò la fuga di militari internati dagli occupanti, procurò certificati falsi a molti soldati perché potessero sottrarsi alla cattura, poi distrusse l'archivio dell'Anagrafe. Sino al novembre del 1943 partecipò con gli antifascisti locali ad azioni di sabotaggio contro i tedeschi ma venne arrestata. In viaggio per Innsbruck, dove avrebbero dovuto processarla, riuscì a fuggire. Ricercata dalle SS, nel maggio del 1944 si unì, come infermiera, ai partigiani della 2a Brigata della Divisione "Beltrami" ma presto divenne partigiana combattente. Nell'ottobre lascia la "Beltrami". Nella Brigata partigiana "Franco Abrami" le affidano il comando di una squadra chiamata "Volante di polizia" e che presto, dal nome di battaglia di Elsa, sarà chiamata "Volante Elsinki". Nello stesso giorno, l'8 dicembre 1944, dell'uccisione del fratello Aldo, Elsa è catturata dai fascisti, che la portano in una loro caserma di Omegna. Certa che la fucileranno, decide di simulare il suicidio ingerendo un gran numero di compresse di sonnifero ed è portata in ospedale. Dopo una lavanda gastrica, con l'aiuto di una suora e di un prete, Elsa riesce a fuggire. Ritornata tra i partigiani della "Valtoce", continuerà la lotta armata sino alla Liberazione. Nel dopoguerra Elsa Oliva si è impegnata politicamente sino agli anni '70, quando fu eletta consigliere comunale di Domodossola. Il suo libro più noto è "Ragazza partigiana". 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Non apparteneva certo alla buona borghesia trentina ma nonostante i suoi natali non lo prevedessero, voleva studiare per farsi strada.  Quando nel 1914 spirò il vento della guerra, nel suo Tirolo, Bettini scappò in Svizzera.Socialista, ammiratore di Cesare Battisti, di combattere per l'Austria proprio non ne voleva sapere. Quando la guerra finì, Bettini torna in Trentino, in una patria che aveva cambiato bandiera ed era tutta da costruire. Si laureò in legge, si associò ben presto ad uno studio molto affermato di Rovereto. Ma come gli capitò spesso scelse il posto "sbagliato": lo studio Pischel, quello dei socialisti che difendeva i poveri, gli emarginati e spesso gratis. E quando il vento cambiò Bettini non solo non si adattò, ma si mise contro.al fascismo. Negli anni Trenta, mentre l'Italia si costruiva il suo impero, Bettini rimase fedele alla sua linea: contro tutto, contro tutti: continuò a fare l'avvocato e a difendere la legge, anche quando la legge si era piegata al potere. Il 26 luglio 1943 anche in Trentino arrivò la notizia della caduta di Mussolini Bettini, ormai cinquantenne, dopo aver vissuto tutta la brutalità del regime, quel 26 luglio scende in piazza ad esultare e viene arrestato per disturbo della quiete pubblica. Poi in Trentino arrivò la guerra, fino all'estate del 1943 la guerra a Trento e Rovereto aveva significato soprattutto ragazzi che partono in grigioverde, verso Libia, Grecia e Russia. Poi, arrivarono i bombardamenti. L'asse del Brennero si riempiva di giorno in giorno di convogli tedeschi diretti a sud. L'8 settembre 1943, mentre altrove si proclamava l'armistizio, il Trentino Alto Adige venne inglobato direttamente nella zona di operazioni delle prealpi, Rovereto si ritrovò sotto l'Alpenvorland, provincia di fatto del Terzo Reich. In quel contesto, Bettini fondò — insieme a Giuseppe Ferrandi e Gian Antonio Manci — il Movimento Socialista del Trentino. Secondo le leggi del Terzo Reich, non era più un avvocato, ma un terrorista. Angelo Bettini mise a frutto la sua esperienza facendo da trait d'union tra le bande partigiane sui monti e i resistenti in pianura, nel resto d'Italia: raccoglieva armi e, soprattutto, cibo per le bande di montagna cercando di rendere inospitale il territorio agli occupanti e ai collaborazionisti fascisti. Nel 1944, quando le sorti della guerra furono chiaramente contrarie ai nazifascisti, la repressione si inasprì, e il Trentino venne investito da una serie di rastrellamenti per ripulirlo dalla presenza partigiana. Angelo Bettini era, più di molti altri, il simbolo di una resistenza insormontabile e insopportabile per gli occupanti e proprio per questo il 28 giugno 1944, le SS naziste lo uccisero. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=pPpPluss2ZytBuUTCeWNoIne0itzweeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Angelo Bettini (Rovereto 6 settembre 1893 - Rovereto 28 giugno 1944)</itunes:title><itunes:summary>Avvocato, antifascista fin dall'inizio, Bettini venne espulso dalla società fascista perché non si conformava, non accettava lo stato delle cose. Pretendeva, nonostante tutto, degli spazi di libertà e azione in un mondo ormai totalitario. Un tipo da evitare, nell'Italia fascista. Nato nel 1893 a Rovereto, allora Impero d'Austria, era figlio di un falegname. Non apparteneva certo alla buona borghesia trentina ma nonostante i suoi natali non lo prevedessero, voleva studiare per farsi strada.  Quando nel 1914 spirò il vento della guerra, nel suo Tirolo, Bettini scappò in Svizzera.Socialista, ammiratore di Cesare Battisti, di combattere per l'Austria proprio non ne voleva sapere. Quando la guerra finì, Bettini torna in Trentino, in una patria che aveva cambiato bandiera ed era tutta da costruire. Si laureò in legge, si associò ben presto ad uno studio molto affermato di Rovereto. Ma come gli capitò spesso scelse il posto "sbagliato": lo studio Pischel, quello dei socialisti che difendeva i poveri, gli emarginati e spesso gratis. E quando il vento cambiò Bettini non solo non si adattò, ma si mise contro.al fascismo. Negli anni Trenta, mentre l'Italia si costruiva il suo impero, Bettini rimase fedele alla sua linea: contro tutto, contro tutti: continuò a fare l'avvocato e a difendere la legge, anche quando la legge si era piegata al potere. Il 26 luglio 1943 anche in Trentino arrivò la notizia della caduta di Mussolini Bettini, ormai cinquantenne, dopo aver vissuto tutta la brutalità del regime, quel 26 luglio scende in piazza ad esultare e viene arrestato per disturbo della quiete pubblica. Poi in Trentino arrivò la guerra, fino all'estate del 1943 la guerra a Trento e Rovereto aveva significato soprattutto ragazzi che partono in grigioverde, verso Libia, Grecia e Russia. Poi, arrivarono i bombardamenti. L'asse del Brennero si riempiva di giorno in giorno di convogli tedeschi diretti a sud. L'8 settembre 1943, mentre altrove si proclamava l'armistizio, il Trentino Alto Adige venne inglobato direttamente nella zona di operazioni delle prealpi, Rovereto si ritrovò sotto l'Alpenvorland, provincia di fatto del Terzo Reich. In quel contesto, Bettini fondò — insieme a Giuseppe Ferrandi e Gian Antonio Manci — il Movimento Socialista del Trentino. Secondo le leggi del Terzo Reich, non era più un avvocato, ma un terrorista. 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All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, Lidia comprese rapidamente la brutalità dell'occupazione nazifascista e scelse di unirsi alla Resistenza. A soli diciotto anni divenne staffetta partigiana nella XV Brigata Garibaldi, assumendo il nome di battaglia "maestrina Rossana". La sua attività la portò a correre grandi rischi: trasportava messaggi, armi ed esplosivi, mantenendo i collegamenti tra le valli e i gruppi partigiani. Il 13 marzo 1944 fu arrestata in seguito a una delazione. Subì interrogatori e torture e fu consegnata alla Gestapo. Dopo la detenzione nelle carceri di Saluzzo e Torino, il 27 giugno 1944 fu deportata nel lager femminile di Ravensbrück insieme ad altre tredici donne.  A Ravensbrück, Lidia venne immatricolata con il numero 44140. Lavorò inizialmente nel campo principale e poi nel sottocampo della Siemens &amp; Halske, in condizioni disumane. Sopravvisse fino all'aprile 1945, quando la marcia di evacuazione delle SS le permise di fuggire Il ritorno in Italia, nel settembre 1945, non fu semplice. Come molti reduci, visse la difficoltà del reinserimento e della mancanza di comprensione da parte della società dell'epoca. Ma fu proprio da questa sofferenza che maturò il suo impegno di testimone. Con Barbara Berruti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=cETAR2pPpPlussThmRklyvAUfxBOAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Lidia Beccaria Rolfi (Mondovì 8 aprile 1925 – 17 gennaio 1996)</itunes:title><itunes:summary>fu una maestra, partigiana e scrittrice italiana, divenuta una delle più importanti testimoni della deportazione femminile nei lager nazisti. Nata in una famiglia contadina, completò gli studi magistrali nel 1943 e iniziò a insegnare in una scuola elementare della Val Varaita.  All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, Lidia comprese rapidamente la brutalità dell'occupazione nazifascista e scelse di unirsi alla Resistenza. A soli diciotto anni divenne staffetta partigiana nella XV Brigata Garibaldi, assumendo il nome di battaglia "maestrina Rossana". La sua attività la portò a correre grandi rischi: trasportava messaggi, armi ed esplosivi, mantenendo i collegamenti tra le valli e i gruppi partigiani. Il 13 marzo 1944 fu arrestata in seguito a una delazione. Subì interrogatori e torture e fu consegnata alla Gestapo. Dopo la detenzione nelle carceri di Saluzzo e Torino, il 27 giugno 1944 fu deportata nel lager femminile di Ravensbrück insieme ad altre tredici donne.  A Ravensbrück, Lidia venne immatricolata con il numero 44140. Lavorò inizialmente nel campo principale e poi nel sottocampo della Siemens &amp; Halske, in condizioni disumane. Sopravvisse fino all'aprile 1945, quando la marcia di evacuazione delle SS le permise di fuggire Il ritorno in Italia, nel settembre 1945, non fu semplice. Come molti reduci, visse la difficoltà del reinserimento e della mancanza di comprensione da parte della società dell'epoca. Ma fu proprio da questa sofferenza che maturò il suo impegno di testimone. 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Nel 1940-41, Manci aveva prestato servizio a Trento, col grado di capitano, presso il deposito dell'11° Reggimento alpini di Trento. L'8 settembre 1943, all'annuncio dell'armistizio, era entrato nelle file della Resistenza. Capo della resistenza armata nel Trentino, organizza incontri e tiene contatti a Milano, Padova, Bolzano. Il suo studio si trasforma in centro motore della cospirazione e della lotta clandestina. Ma i suoi movimenti e la sua attività, apparentemente legati ai suoi impegni commerciali, destano i sospetti della Gestapo e il 27 giugno 1944 in seguito a una delazione viene arrestato dai nazisti a Trento con altri partigiani. Sottoposto  a terribili torture, non rivela i nomi dei suoi collaboratori, finché, per paura di non poter resistere ad ulteriori torture e rivelare i nomi dei compagni, si suicida saltando da una finestra dell'ultimo piano della sede della Gestapo a Bolzano (Palazzo del IV Corpo d'Armata). Alla sua memoria viene concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Con Francesco Filippi</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=lp5xssSlasheMcLWJ7TiOAtYd2pAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Giannantonio Manci  (Trento 14 dicembre 1901 - Bolzano 6 luglio 1944)</itunes:title><itunes:summary>Partito volontario nella guerra 1915-'18, Giannantonio Manci aveva combattuto come ufficiale nel Battaglione "Brenta" del 6° Alpini. Concluso il conflitto, si era diplomato in ragioneria e si era dato all'attività di rappresentante, che aveva dovuto interrompere quando, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, era stato richiamato. Nel 1940-41, Manci aveva prestato servizio a Trento, col grado di capitano, presso il deposito dell'11° Reggimento alpini di Trento. L'8 settembre 1943, all'annuncio dell'armistizio, era entrato nelle file della Resistenza. Capo della resistenza armata nel Trentino, organizza incontri e tiene contatti a Milano, Padova, Bolzano. Il suo studio si trasforma in centro motore della cospirazione e della lotta clandestina. Ma i suoi movimenti e la sua attività, apparentemente legati ai suoi impegni commerciali, destano i sospetti della Gestapo e il 27 giugno 1944 in seguito a una delazione viene arrestato dai nazisti a Trento con altri partigiani. Sottoposto  a terribili torture, non rivela i nomi dei suoi collaboratori, finché, per paura di non poter resistere ad ulteriori torture e rivelare i nomi dei compagni, si suicida saltando da una finestra dell'ultimo piano della sede della Gestapo a Bolzano (Palazzo del IV Corpo d'Armata). Alla sua memoria viene concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare. 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Trasferita prima all'Hotel Nazionale di Torino, sede delle SS, e quindi in carcere (Le Nuove), è sottoposta a ripetuti e estenuanti interrogatori. É liberata intorno a Natale '43  grazie ad uno scambio tra prigionieri. Passa allora alla clandestinità: fa da collegamento tra Torino e le bande partigiane portando ordini, contrordini, notizie, denaro e viveri finché, per una delazione, finisce di nuovo in carcere nel luglio del 1944. Consegnata nuovamente alle SS tenta la fuga: si rifugia in una farmacia e trova riparo presso una signora, il cui appartamento serviva da base alla Resistenza. Ancora una volta qualcuno la tradisce e Marisa è ricondotta in carcere e questa volta, viene deportata nel lager di Bolzano, il 23 novembre 1944. Nel campo Marisa è testimone della violenza e dei crimini commessi da Michael Seifert e Otto Sein (Misha e Otto), SS guardie delle celle. Liberata a Bolzano il 29 aprile 1945, Marisa nel dopoguerra, inizialmente non racconta la sua esperienza, sentendosi una privilegiata di fronte al fratello Remo, sopravvissuto di Auschwitz, e al cugino Luigi tornato per morire da Mauthausen. Partecipa con determinazione all'organizzazione dei viaggi di rimpatrio dei deportati, nel soccorso alle famiglie degli ex-deportati e all'attività dell'Associazione Nazionale Ex-Deportati. Nel 2005 diventa una delle principali testimoni del processo tenutosi a Verona contro Michael Seifert, e testimonia di fronte alla Corte Canadese, affrontando con forza d'animo, intelligenza e ironia il controinterrogatorio con il difensore di Seifert.  E' rimasta celebre la sua frase "l'ironia è la dignità di una donna libera" pronunciata  in risposta all'avvocato difensore di Seifert,  che voleva screditarla come testimone. Seifert, il boia di Bolzano, verrà poi condannato. Marisa muore a Torino quasi centenaria nel gennaio del 2019. Con Barbara Berruti</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=VibONcVHFZG6gJ2TFC42LAeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Marisa Scala (Verona 13 novembre 1919 - Torino 14 gennaio 2019)</itunes:title><itunes:summary>Marisa Scala, il cui vero nome era Teresa, nasce a Verona ma cresce e vive tutta la sua vita a Torino dove entra giovanissima nelle file della Resistenza ed è arrestata una prima volta nel novembre 1943 insieme al cugino Luigi Scala, uno dei fondatori di Giustizia e Libertà. Trasferita prima all'Hotel Nazionale di Torino, sede delle SS, e quindi in carcere (Le Nuove), è sottoposta a ripetuti e estenuanti interrogatori. É liberata intorno a Natale '43  grazie ad uno scambio tra prigionieri. Passa allora alla clandestinità: fa da collegamento tra Torino e le bande partigiane portando ordini, contrordini, notizie, denaro e viveri finché, per una delazione, finisce di nuovo in carcere nel luglio del 1944. Consegnata nuovamente alle SS tenta la fuga: si rifugia in una farmacia e trova riparo presso una signora, il cui appartamento serviva da base alla Resistenza. Ancora una volta qualcuno la tradisce e Marisa è ricondotta in carcere e questa volta, viene deportata nel lager di Bolzano, il 23 novembre 1944. Nel campo Marisa è testimone della violenza e dei crimini commessi da Michael Seifert e Otto Sein (Misha e Otto), SS guardie delle celle. Liberata a Bolzano il 29 aprile 1945, Marisa nel dopoguerra, inizialmente non racconta la sua esperienza, sentendosi una privilegiata di fronte al fratello Remo, sopravvissuto di Auschwitz, e al cugino Luigi tornato per morire da Mauthausen. Partecipa con determinazione all'organizzazione dei viaggi di rimpatrio dei deportati, nel soccorso alle famiglie degli ex-deportati e all'attività dell'Associazione Nazionale Ex-Deportati. Nel 2005 diventa una delle principali testimoni del processo tenutosi a Verona contro Michael Seifert, e testimonia di fronte alla Corte Canadese, affrontando con forza d'animo, intelligenza e ironia il controinterrogatorio con il difensore di Seifert.  E' rimasta celebre la sua frase "l'ironia è la dignità di una donna libera" pronunciata  in risposta all'avvocato difensore di Seifert,  che voleva screditarla come testimone. Seifert, il boia di Bolzano, verrà poi condannato. Marisa muore a Torino quasi centenaria nel gennaio del 2019. Con Barbara Berruti</itunes:summary><image><url>https://www.raiplaysound.it/dl/img/2025/09/01/1756723493418_Patria%20e%20liberta-2048x2048.jpg</url></image><itunes:duration>00:12:34</itunes:duration></item><item><title>Felicina De Giorgio in Vasari (Milano 26 ottobre 1910 - Torino 29 novembre 1958)</title><guid>timendum-raiplaysound-ContentItem-f9948f7d-2154-4d07-9ec5-119abe29461b</guid><pubDate>Sat, 18 Apr 2026 18:59:00 -0000</pubDate><link>https://www.raiplaysound.it/audio/2026/04/Patria-e-Liberta---Vite-di-donne-e-uomini-antifascisti-del-18042026-f9948f7d-2154-4d07-9ec5-119abe29461b.html</link><description>Felicina De Giorgio, detta Nanni, è una figura significativa dell'antifascismo italiano. Sposata nel 1940 con Bruno Vasari, scrittore, partigiano e importante testimone della deportazione nazifascista. Felicina De Giorgio condivise con il marito una fase cruciale della storia italiana, segnata dalla dittatura fascista, dalla Resistenza e dalla guerra. La loro unione si colloca in un contesto di forte impegno civile e politico: dopo il licenziamento di Bruno dall'EIAR nel 1943 per motivi politici, la coppia visse gli anni più duri dell'opposizione al regime, fino all'arresto e alla deportazione di Bruno nel campo di concentramento di Mauthausen.  Felicina ebbe un ruolo fondamentale sul piano umano e morale durante questo periodo. Le lettere da lei scritte – oggi conservate presso l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" – costituiscono una fonte preziosa per comprendere non solo la vicenda privata della famiglia Vasari, ma anche la condizione delle donne che sostennero, spesso nell'ombra, la lotta resistenziale. In queste lettere emergono lucidità, forza affettiva e consapevolezza politica, elementi che contribuiscono a delineare un ritratto intenso e partecipe.  La morte prematura di Felicina nel 1958 segnò profondamente Bruno Vasari, che ne conservò la memoria in appunti e scritti successivi, riconoscendole un ruolo centrale nella propria formazione etica e nel proprio impegno civile.</description><enclosure type="audio/mpeg" url="https://mediapolisvod.rai.it/relinker/relinkerServlet.htm?cont=lq0uj75ssSlashtn0A6ozJtC6WBgeeqqEEqualeeqqEEqual"/><itunes:title>Felicina De Giorgio in Vasari (Milano 26 ottobre 1910 - Torino 29 novembre 1958)</itunes:title><itunes:summary>Felicina De Giorgio, detta Nanni, è una figura significativa dell'antifascismo italiano. Sposata nel 1940 con Bruno Vasari, scrittore, partigiano e importante testimone della deportazione nazifascista. Felicina De Giorgio condivise con il marito una fase cruciale della storia italiana, segnata dalla dittatura fascista, dalla Resistenza e dalla guerra. La loro unione si colloca in un contesto di forte impegno civile e politico: dopo il licenziamento di Bruno dall'EIAR nel 1943 per motivi politici, la coppia visse gli anni più duri dell'opposizione al regime, fino all'arresto e alla deportazione di Bruno nel campo di concentramento di Mauthausen.  Felicina ebbe un ruolo fondamentale sul piano umano e morale durante questo periodo. Le lettere da lei scritte – oggi conservate presso l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" – costituiscono una fonte preziosa per comprendere non solo la vicenda privata della famiglia Vasari, ma anche la condizione delle donne che sostennero, spesso nell'ombra, la lotta resistenziale. In queste lettere emergono lucidità, forza affettiva e consapevolezza politica, elementi che contribuiscono a delineare un ritratto intenso e partecipe.  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